martedì 27 maggio 2014

USA MANIA: Los Angeles o New York?

Domanda da un milione di dollari: LA o NY? 
Preferite la Città degli Angeli o quella che ospita la Statua della Libertà?
La capitale del cinema o quella dell’editoria?
Volete trasferirvi negli USA per un’occupazione nel campo dello spettacolo o dell’editoria. Non sapete quale delle due mete scegliere.
Los Angeles o New York City?
California o Nuova York?
Il centro mondiale dell’audiovisivo, società che sfornano film, produzioni televisive e musica, sotto un clima subtropicale e talvolta torrido, con la popolazione che per il suo 2,8 % è formata da italiani…?
 Oppure le estati piovose e i lunghi inverni, tra parchi, musei e grattacieli. Harlem River, Empire State Building, Times Square, Rockefeller Center, Lincoln Center, Madison Square Garden, Broadway, il ponte di Brooklin e Wall Street. Una città  dove l’8% degli abitanti è di origine italiana…?

I negozi di Rodeo Drive, Hollywood Boulevard, la sede della Twentieth Century Fox, della Columbia Pictures, della Disney Company e della DreamWorks, il Grauman's Chinese Theatre, le piste ciclabili di Venice Beach, le spiagge infuocate dal sole, il maggiore scalo marittimo del mondo, il deserto e le montagne, il senso di spaesamento assoluto, la magniloquenza americana, la rincorsa del successo, il divismo, le feste nelle ville e la competizione sfrenata…?

Oppure i ritmi veloci, la frenesia metropolitana e un vago senso di malinconia, l’effervescenza di un ambiente culturale sempre vivo, i grandi gruppi editoriali come McGraw-Hill, The New York Times Company e Time Warner… L’alta moda, gli studi di architettura e di design. Il jazz, l’hip hop, l’hardcore punk… Gli studi televisivi della ABC, di CBS e NBC e le produzioni cinematografiche indipendenti…?



Ecco come James Fray nel suo romanzo Buongiorno Los Angeles parla, in termini provocatori e assolutistici, della mecca del cinema:
«Los Angeles è la capitale culturale del mondo, nessuna città le è anche solo vicina. E quando dico cultura, parlo di cultura contemporanea, non di quello che aveva importanza 50 o 100 o 150 anni fa. La cultura contemporanea è la musica pop, la televisione, il cinema, l’arte, i libri. Le altre discipline, la danza, la musica classica, la poesia, il teatro, non hanno alcun più alcun autentico peso, il loro pubblico è piccolo e sono più stravaganze culturali che istituzioni culturali. E’ più la gente che guarda la televisione una sera di quanta ne vada in ogni spettacolo di balletto in ogni città del mondo per un anno. Si vendono più cd di rap e di rock ogni anno di quanti cd di classica si siano venduti negli ultimi venti anni. E i film, cazzo, i film sono una cosa enorme. Sono pronto a scommettere che il film che fai il più alto incasso nell’anno incassa più di tutti gli spettacoli di Broadway messi insieme, probabilmente tre o quattro volte di più. E le uniche cose che possono competere con l’influenza che hanno i film sulla nostra cultura, e sulla cultura del mondo, sono la tv e la musica pop. E tutto questo, tutta quella produzione, tutto quell’intrattenimento, tutta quella cultura viene da qui. Io non voglio far parte di New York, io non volevo far parte di un mondo dell’arte preesistente, stagnante che non capiva che stava diventando obsoleto. Volevo raggiungere il nuovo mondo e sentivo che era questo, perché a un certo unto i libri e l’arte, che sono ancora a New York, finiranno per seguire il resto della nostra cultura e verranno qui. Io volevo far parte della prima ondata del nuovo, far parte di qualcosa di fresco, anziché di qualcosa che stava marcendo. Andare là dove alla fine sarebbero venuti anche gli altri.»


E New York, immortalata in tanti film e raccontata da tanti intellettuali e scrittori?

Nel celebre incipit di Manhattan, Woody Allen descrive la sua città in questo modo:

«Capitolo primo. “Adorava New York. La idolatrava smisuratamente...” No, è meglio “la mitizzava smisuratamente”, ecco. “Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin..." No, fammi cominciare da capo... capitolo primo. "Era troppo romantico riguardo a Manhattan, come lo era riguardo a tutto il resto: trovava vigore nel febbrile andirivieni della folla e del traffico. Per lui New York significava belle donne, tipi in gamba che apparivano rotti a qualsiasi navigazione..." Eh no, stantio, roba stantia, di gusto... insomma, dai, impegnati un po’ di più... da capo. Capitolo primo. "Adorava New York. Per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea: la stessa carenza di integrità individuale che porta tanta gente a cercare facili strade stava rapidamente trasformando la città dei suoi sogni in una..." Non sarà troppo predicatorio? Insomma, guardiamoci in faccia: io questo libro lo devo vendere. Capitolo primo. "Adorava New York, anche se per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea. Com'era difficile esistere, in una società desensibilizzata dalla droga, dalla musica a tutto volume, televisione, crimine, immondizia..." Troppo arrabbiato. Non devo essere arrabbiato. Capitolo primo. "Era duro e romantico come la città che amava. Dietro i suoi occhiali dalla montatura nera, acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre..." No, aspetta, ci sono: "New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata.»