lunedì 9 luglio 2012

DOPO ROMANZO CRIMINALE E GOMORRA... IL NEW ITALIAN EPIC E' MORTO


Dopo che il New Italian Epic è invecchiato prima del tempo, qual è l’epopea di oggi, la narrazione più rappresentativa della Terza Repubblica?

Nell’aprile del 2008 un memorandum on line del collettivo Wu Ming suscitò un vespaio di polemiche ed ebbe un tale successo che apparve in stampa nel 2009 con i tipi dell’Einaudi. Questo “tentativo di sintesi teorica”, come gli autori lo chiamarono, delineava un’area comune di testi nati dopo Romanzo Criminale (2002) e Gomorra (2006).

I due libri in questione sul piano stilistico possedevano un respiro epico e un tono partecipe, sovvertivano la lingua ed esploravano punti di vista inattesi. Si disse che avevano inaugurato un filone letterario, che era iscritto in un preciso periodo storico, il crollo del Muro e la fine della Prima Repubblica. Una epopea nazional-popolare che fu ribattezzata New Italian Epic.


Oggi il “movimento” narrativo annunciato con trombe e fanfare è morto. Si è provato a dire, un paio d’anni orsono, che stava rifiatando ed era in debito d’ossigeno. Ma, da allora, la pausa creativa appare così lunga che qualsiasi dottore ne avvalorerebbe il decesso. Per quale motivo non facciamo in tempo a celebrare la nascita di una corrente che già dobbiamo registrarne il funerale?


In primo luogo la dimensione del fenomeno è parsa da subito alterata. Nell’eccitazione della prima ora, l’etichetta New Italian Epic ingigantiva la realtà dei fatti e iscriveva i testi più variegati sotto la stessa bandiera. Faccio un esempio. Si era esaltata la popular cultur come una architrave della nuova tendenza. Ma uno dei padrini del New Italian Epic, generosamente citato nell’opuscolo, è un intellettuale che scrive pezzi come “La mia vera natura, selvatica, iridescente. Io sono l'arcaico cacciatore che all'alba uscì a sventrare velocissime gazzelle, tenendo lontani dalle sue piste i pardi.“, uno scrittore che rinchiuso nella sua torre d’avorio sembra lontano anni luce dall’attitudine di essere comprensibile e popolare. E che dire poi delle confusa accezione di epica? E della missione tracciata ambiziosamente per “i cantastorie della nostra epoca”? No, non c’eravamo proprio.

In secondo luogo le argomentazioni sono invecchiate, in un mondo che progrediva con velocità inaspettata e bruciava ogni definizione, sbertucciando chi metteva paletti e incasellava il fluire artistico in paradigmi invariabili. Oggi siamo entrati di peso nella Terza Repubblica, quella di Mario Monti e dello spread, della Primavera Araba e di Lost. In Italia sul piano politico si registra l’agonia di un partito monopolista dei media ed erede della vecchia DC, un partito che annoverava ex socialisti ed ex missini.


Che cosa è cambiato rispetto all’atto di fondazione del New Italian Epic? Tutto. Il corso storico e politico. Praticamente l’intero paese, la sua pelle, i suoi umori, e con esso percezioni e sentimenti dei suoi abitanti. 

Come ha scritto James Ellroy «se hai abbastanza palle per dire “posso riscrivere la storia come mi pare e piace”, forse allora puoi farla franca». Di Cataldo e Saviano hanno mostrato di avere i coglioni. Camuffando la narrazione ricavata da atti processuali in una saga gangsteristica il primo, e in un reportage scritto da una sorta di ‘io ferito’ il secondo, hanno ripercorso i fatti della grande storia facendo ad essa il contropelo. La ricognizione antropologica di un’Italia delinquenziale ha avuto come obiettivo far giudicare al lettore il passato e dotarlo di una bussola con cui orientarsi nel presente. Il nostro era l’unico paese occidentale che, prima della caduta del Muro, si collocava tra Est e Ovest, tra comunismo e capitalismo. Un paese che negli anni Settanta aveva dato il suo tributo di sangue in stragi occulte e aveva appaltato alle grandi organizzazioni criminali una parte dell’attività sovversiva e fette dell’economia sommersa. Ma oggi che scrivere? Come rapportarsi al presente? Il contesto è radicalmente mutato in confronto ai tempi in cui sono usciti Romanzo criminale e Gomorra. Oggi fare della contro-storia appare quasi ridicolo. Contro-storia a che cosa? Avversando chi? Lanciando gli strali a quali poteri?

Se Romanzo Criminale metteva in discussione una centrale affaristica legata a massoneria e servizi deviati, oggi la critica risulta meno incisiva, visto che nel Palazzo si muovono noiosi professori della Bocconi e i sodali di Gelli stanno in panchina. Il regno di Berlusconi è terminato e con esso le ombre di connivenze con la mafia e la P2. I riflettori sono spenti e le scenografie del passato sono smontate dal palcoscenico. Lo stragismo del ’92-’93 l’hanno quasi tutti dimenticato, in una gigantesca opera di rimozione o insabbiamento. I picciotti siciliani sono passati di moda. Gli anni Settanta diventano meno pop, più pastosi, violenti e materici, lontani anni luce dall’eterea impalpabilità della tecnocrazia. E a Napoli? Nella città partenopea si respira un clima diverso, il sindaco De Magistris recita come un mantra che va tutto bene, la faida degli scissionisti è arginata e i pezzi da novanta dei Casalesi sono tutti dietro le sbarre, pronti a prestare le loro facce e le loro storie a qualche agiografica serie televisiva in onda su Sky e Mediaset.