venerdì 28 settembre 2012

JACOPETTI, IL REGISTA DEI MONDO-MOVIES

Se n’è andato in silenzio il 17 agosto del 2011, lui che in vita fece molto rumore. Accusato di razzismo, di violenza, di morbosità, Gualtiero Jacopetti inventò un modo nuovo di fare cinema, scioccante e anticonformista.


 “Io non faccio testo. Appartengo ad un altro dei mondi possibili: a Mondo cane.” (Jacopetti)


Quando parecchi anni fa, in un seminario di sceneggiatura a Pescara, elogiai i film di Jacopetti, il docente del corso, Giorgio Arlorio, mi zittì e disse che erano solo immonde schifezze.
Poi passarono alcuni anni e insieme al collega Massimiliano Griner cercai di realizzare un documentario sulla figura di Jacopetti. Ancora oggi ricordo benissimo quando lo incontrai al bar Canova e trascorsi un piacevole pomeriggio a parlare di cinema, televisione, politica e soprattutto dei suoi controversi lungometraggi (che oggi si direbbero più semplicemente docu-fiction). Il lavoro non si fece ma in compenso c’è stato chi ha sopperito a questa grave lacuna. Nel 2009 Andrea Bettinetti ha diretto «L’importanza di essere scomodo: Gualtiero Jacopetti». Prodotto da Gabriella Manfrè, il documentario rende un tardivo omaggio ad un artista scomodo e traccia un suo ritratto acuto e graffiante.
 
Il 17 agosto scorso, anniversario della morte di Jacopetti, non c’era neppure un trafiletto di giornale dedicato a questo regista degli anni Sessanta e Settanta, oramai finito nel dimenticatoio, dopo essere stato ricoperto da astioso disprezzo quando era in vita.
E per questo lo voglio ricordare, così, a modo mio.
 
 
 
 
 
Da Mondo cane (1961) fino aAddio zio Tom (1972), i lungometraggi di Gualtiero Jacopetti stupirono le platee italiane e di tutto il mondo, sbancarono i botteghini, vinsero premi importanti e alimentarono velenose polemiche. Spacciati come inchieste documentarie, questi film riportano eventi scioccanti da diverse latitudini del globo, e mostrano in un frenetico montaggio immagini bizzarre o morbose, legate tra loro da libere associazioni di idee.
    È innegabile che Gualtiero Jacopetti abbia rappresentato un momento saliente della stagione cinematografica italiana, e prima ancora della storia dei costumi della nostra società. Tralasciando per un attimo la sua ideologia e i contenuti, Jacopetti rimane un fenomeno da capire. Per motivi politici, la sua figura è stata continuamente perseguitata. Benché abbia dato il via ad un filone cinematografico con decine di epigoni (il cosiddetto exploitation noto anche come “mondo movie”) e benché ancora oggi susciti interesse nel panorama internazionale, non è mai stato oggetto di studio.
 
In realtà, al di là dello stereotipo, Jacopetti fu, prima che un cineasta, un viaggiatore instancabile, un polemista, un irriducibile anticonformista, un raro esempio di esterofilia in una nazione provinciale. Il cinema gli veniva dettato da una curiosità divorante, da una vita trascorsa in giro per il mondo cambiando più volte professione e ruoli.
Ma perché un regista - oggetto di un vero e proprio linciaggio da parte della critica nostrana -  è stato raggiunto più volte dal successo e da un enorme consenso di pubblico?



Gli eclettici orientamenti di Jacopetti, la sua passione per il viaggio e per i paesi estranei alla modernità, la sua vulcanica creatività misero in crisi un’Italietta tradizionalista, una cultura avvolta in valori etici consolidati, tutto sommato arretrata e poco interessata all’estero. Ecco perché i suoi film ammaliarono generazioni di spettatori, spostando la soglia del visibile oltre il livello consentito.
L'opera di Jacopetti offriva un’altra porzione di mondo: costituiva un caleidoscopio barocco da cui si veniva aggrediti. Ad una fantasia un po' fumettistica venivano associati gli stereotipi del cinema narrativo impiegando uno stile magniloquente ed americaneggiante. Ma dietro la grande carica emozionale e le annotazioni fulminanti c'era sempre un pessimismo di marca radicale. Nel tono dei suoi commenti mancava una dimensione morale. Perché niente e nessuno si salvava dall’amara visione di quella moderna apocalisse.
 
 
 
E se ci starà vedendo da lassù, anche in questo caso Gualtiero non finirà di soddisfare la sua divorante curiosità e di ridere delle nostre umane debolezze.   

 

    

Regie:

 

Mondo cane

con Franco Prosperi e Paolo Cavara; commento di Gualtiero Jacopetti; fotografia di Antonio Climati e Benito Frattari; musica di Nino Oliviero e Riz Ortolani, orchestrate da Riz Ortolani; organizzazione all’estero di Stanis Nievo; voce narrante di Stefano Sibaldi; produzione Cineriz (Italia, 1961).

 

La donna nel mondo

con Franco Prosperi e Paolo Cavara; commento di Gualtiero Jacopetti; fotografia di Antonio Climati e Benito Frattari; montaggio: Gualtiero Jacopetti; musica di Nino Oliviero e Riz Ortolani, orchestrate e dirette da Riz Ortolani; organizzazione all’estero di Stanis Nievo; voce narrante di Stefano Sibaldi; produzione Cineriz (Italia, 1962).

 

Mondo cane n. 2

con Franco Prosperi; commento di Gualtiero Jacopetti; fotografia di Benito Frattari; montaggio di Mario Morra; musica di Nino Oliverio diretta da Bruno Nicolai; produzione Cineriz (Italia, 1963).

[In circolazione nel circuito amatoriale c’è anche un’altra versione, di venti minuti più lunga, che fu presentata al pubblico delle sale con il titolo Mondo Pazzo.]

 

Africa addio

con Franco Prosperi; commento di Gualtiero Jacopetti; fotografia di Antonio Climati; organizzazione generale di Stanis Nievo; musica composta e orchestrata da Riz Ortolani; produzione Cineriz (Italia, 1966).

 

Addio Zio Tom

[tit. ult. Zio Tom] con Franco Prosperi (alias Charles Price, alias Frank Shannon); commento di Gualtiero Jacopetti; fotografia: Claudio Cirillo, Antonio Climati, Benito Frattari; montaggio: Franco Prosperi e Gualtiero Jacopetti;  voce narrante di Nico Renzi; produzione Cineriz (Italia, 1972).

 

Mondo Candido

con Franco Prosperi; soggetto di Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi e Claudio Quarantotto, dal “Candide”, di Voltaire; sceneggiatura di Franco Prosperi e Claudio Quarantotto; fotografia di Giuseppe Ruzzolini; montaggio di Franco Letti; musica di Riz Ortolani; con Christopher Brown (Candido), Michelle Miller (Cunegonda), Jacques Herlin (Pangloss), José Quaglio (l’inquisitore), Richard Domphe (il negro Mocambo); produttore esecutivo Claudio Mancini e Camillo Teti, produzione *** (Italia, 1975).