
Hai alle spalle una ventina di saggi. “La
spina nel cranio” è il tuo primo romanzo. Hai trovato difficoltà a passare
dalla scrittura dei concetti nella saggistica alla narrazione ed alla
costruzione di una trama?
Mi
scuso con te e con i lettori, ma faccio una gran fatica a vedere i paletti che
dividono mondi attigui. Narrativa, saggistica... per me sono solo strumenti
diversi per raggiungere lo stesso obiettivo. Mi rendo conto che sono due mondi
comunicativi completamente diversi, ma tutto sommato per quel che mi riguarda
sono solo forme espressive diversificate per raccontare la stessa cosa. È vero
che la saggistica descrive concetti, ma per farlo finisce per usare anche la
narrazione; e viceversa la narrativa racconta storie, ma per farlo deve
accedere al mondo delle idee e dei concetti. Nel mio percorso personale tendo
piuttosto a vederla così: scrivo saggistica quando voglio usare un buon
prodotto di artigianato per veicolare un contenuto. Scrivo invece narrativa
quando voglio inseguire l'ambizione di gettarmi fra le braccia dell'arte.
Perché oggi secondo te c’è tanto interesse
per i temi della comunicazione efficace e della crescita personale?
Credo
principalmente per due ordini di motivi. Il primo è legato al fatto che viviamo
in un'era in cui, molto più di prima, sembra esistere solo ciò che è
comunicato. Stiamo trasferendo la stessa essenza dell'esistere in una
dimensione “mediata”: esisti se sei presente su uno strumento di comunicazione,
che prima poteva essere la televisione, oggi sono i social domani chissà.
Quindi molte persone vogliono capire in modo più approfondito come migliorare
la propria comunicazione. Il secondo motivo è che le strutture e le agenzie
formative tradizionali non riescono ad inseguire la velocità con cui questi
processi ci proiettano verso il futuro. Se nel passato le persone apprendevano
all'interno delle mura della famiglia, della scuola, della parrocchia, del
circolo culturale, oggi queste strutture, che spesso hanno ancora gli schemi
mentali “analogici”, non riescono a dare le risposte che le persone cercano.
Quantomeno non alla velocità che oggi è richiesta. E quindi le persone cercano
altre vie di apprendimento. Lo vedo dalla richiesta di corsi e di strumenti che
costantemente ricevo. Ne approfitto per invitare a visitare il mio sito www.paologambi.com chi fosse interessato
ad approfondire.
Chi è il protagonista de “La spina nel
cranio”?
Il
cambiamento. Quello che tutti vorremmo governare ma da cui invece siamo spesso
governati. Ci sono alcuni personaggi un po' “stereotipati”: la donna in
carriera, il figlio di papà, il disoccupato indolente, il seduttore seriale...
E ciascuno di loro, a causa dell'incontro con un barbone misterioso dal passato
oscuro, è costretto a fare i conti con se stesso e a riscrivere la propria
storia, che diversamente sarebbe rimasta a girare intorno ai cardini del cliché
contemporanei.
Qual è la genesi del romanzo? Com’è nata
l’idea di scriverlo?
Questo
romanzo in realtà ha già qualche anno. L'ho tenuto nel cassetto per un po'.
Forse troppo a lungo. In quegli anni scrivevo moltissima saggistica, ma sentivo
dentro una spinta a fare un salto oltre l'ostacolo della razionalità e
dell'artigianato per farmi abbracciare dall'arte. Inoltre facevo una miriade di
sedute di coaching durante le quali le persone mi raccontavano le proprie
storie e si svelavano al di là degli stereotipi sociali e delle convenzioni relazionali.
Ed è bellissimo andare a fondo dentro se stessi. Così mi sono detto: perché non
racconto semplicemente queste storie e non le trasformo in qualcosa di più
organico? Dentro questo romanzo c'è vita, vita vissuta. Ci sono le profondità
di tante persone, c'è sangue e sofferenza, gioia ed aspettativa. Forse c'è
anche qualcosa di tuo, chissà.
Molto alla lontana “La spina nel cranio” si
ispira al film “Limitless”. Qual è il farmaco che nel secondo millennio è in
grado di amplificare le potenzialità della nostra mente?
Sai
che in realtà quando ho scritto La spina nel cranio (che all'inizio non doveva
affatto chiamarsi così) Limitless non l'avevo neppure visto... è stato un blog,
Cultora, che, appena uscito, lo ha definito “il Limitless italiano”. Ma per rispondere
alla tua domanda credo che la risposta più giusta sia: la luce della
consapevolezza. La consapevolezza di chi siamo veramente, di quanto realmente
valiamo, di quanto possiamo essere felici se solo la smettiamo con gli schemi
precostituiti, con il conformismo, con la rinuncia alla nostra libertà. Solo
liberando queste energie ed illuminando questi anfratti oscuri possiamo
riuscire a prendere in mano il nostro sistema mente-corpo-relazione e dare il
meglio di ciò che ci è stato dato.
In passato hai scritto diversi libri per
l’editoria tradizionale e solo recentemente, con la tua ultima opera, hai
intrapreso la strada del self-publishing. Quali differenze hai notato nel
lavoro editoriale? Che tipo di approccio hai avuto con l’auto-pubblicazione?
Non
voglio attaccare l'editoria tradizionale: pubblicare con case editrici
blasonate è ancora l'obiettivo di molti aspiranti scrittori. Avendo io però già
raggiunto ampiamente quell'orizzonte, avendo pubblicato circa 10 libri nel
gruppo Mondadori, ho voluto esplorare le vie della contemporaneità ed offrire a
chi mi vuole leggere tutto in modo più fluido e veloce. Certo, c'è un sacco di
lavoro in più da fare: dall'impaginazione alla promozione. Ma per ora sono
decisamente soddisfatto.
Quanto conta una buona comunicazione per la
vendita di un libro? Che peso ha il marketing nel far sì che un potenziale
lettore acquisti un libro?
Bombardati
come siamo da proposte continue di ogni tipo, la capacità di raggiungere tuoi
potenziali lettori fa la differenza. Quindi il marketing ha un peso enorme.
Certo, se poi il “prodotto” (che brutto chiamare un libro così...) fa schifo,
puoi essere il più grande guru del webmarketing ma la tua carriera di scrittore
si arenerà presto. Quindi ciò che più conta è il contenuto: content is king,
dicono gli appassionati di marketing, citando Bill Gates.
Per un laico che non sente affatto il
richiamo della spiritualità, qual è il segreto per vivere felice?
Perché
un laico non dovrebbe sentire l'umano richiamo per la spiritualità? Persino se
con il termine “laico” avessi voluto in realtà intendere “ateo”, quella persona
prima o poi dovrà fare i conti con quel mistero che si porta dentro, e che gli
esseri umani e le culture hanno nominato in modi molto diversi. Non c'è piena
umanità senza un lavoro nel nostro mistero. Siamo fatti sì di mente, corpo,
relazione e mistero. Se trascuriamo una di queste nostre dimensioni non credo
saremo mai capaci di costruire una felicità stabile e duratura.
Nessun commento:
Posta un commento
Commenta...