lunedì 16 luglio 2012

L'autore di LE API RANDAGE risponde alle nostre domande




 





Lo scrittore napoletano Angelo Petrella, intervistato su Le api randage, romanzo uscito con Garzanti e ambientato negli anni di Tangentopoli, ci svela che utilizza il noir come una griglia dove calare i temi a lui più cari e consiglia ai giovani scrittori di studiare l'arte della sceneggiatura e di non avere fretta perchè... la scrittura consiste in anni e anni di duro esercizio.











 
Come nasce l'idea de "Le api randage"?
La gestazione dell'idea è stata abbastanza lunga: dopo aver terminato "La città perfetta" avevo in mente l'immagine ossessiva di Posillipo, il quartiere in cui sono nato, simbolo per me di un'età mitica ma anche patria di una classe sociale del tutto peculiare, gaudente eppure intimamente conservatrice. E' la borghesia napoletana. Pensavo a una storia di padri e figli, e rileggevo l'Orestea. Poi un giorno un amico mi chiede un soggetto tv su Tangentopoli, io lo scrivo in due giorni e solo un po' di tempo mi rendo conto che è esattamente la storia che stavo cercando...

 
Qual è il filo conduttore del romanzo? Il tema che più ti ha ossessionato è la crisi della famiglia?
Più che la crisi della famiglia è la difficoltà dei rapporti tra padri e figli: la nostalgia della famiglia, l'impossibilità per i padri di non commettere errori e lo strazio dei figli nel non essere considerati degni del nome che portano... Ho avuto una vita familiare molto turbolenta, e solo dopo un lungo processo di metabolizzazione credo di aver avuto la forza di raccontare il mio mondo. È più facile costruire regni immaginari che parlare della realtà: a meno di non voler ricorrere alla scorciatoia della cronaca.
Hai disegnato in anticipo la struttura drammatica? Hai elaborato più di una stesura dell’opera? E l’editor della casa editrice ha svolto un ruolo importante nell’elaborazione finale?
Ho lavorato per tre mesi alla scaletta della prima parte, poi per altri sei mesi a quella della seconda. E' la fase più delicata e frustrante: occorre ritornare molte volte sulle stesse scene, fare e disfare i nodi, approfondire il personaggio in ogni suo aspetto... Ti sembra di non vedere mai la fine eppure sai che devi continuare a cercare. Molti pensano che la rottura sia puro estro o ispirazione divina: sbagliato. È un lavoro sfibrante e doloroso. Soprattutto, è architettura e controllo. Dopo che il lavoro preventivo è ultimato, la stesura dell'opera diventa davvero la parte più entusiasmante e semplice. E l'editor può intervenire nell'aiutarti a riscrivere e adattare tutti i punti che non convincono. Ma, personalmente, non elaboro mai una intera seconda stesura dei miei romanzi.

Se La città perfetta si può considerare un’opera vitalistica, con tutta l’energia portata da criminali e poliziotti inconsapevoli e aggressivi che cercano di emergere in un territorio di conquista, Le api randage è un’apoteosi della morte, un cupio dissolvi di personaggi ferali e distruttivi. Concordi?
"Le api randage" è una tragedia. Certo, moderna: non esistono gli dei o il fato. Esistono uomini che compiono gesti assurdi, spinti dalle loro ossessioni. Come il successo, l'invidia, il possesso. A volte si autodistruggono semplicemente perché non sanno trovare il loro senso, il loro posto nel mondo. E in fondo in questi noi europei non siamo mai cambiati: sentiamo che il destino ci precede, che è già scritto. E possiamo solo accettarne il suo compiersi.

Non pensi che gli anni di Tangentopoli siano straordinariamente simili a quelli che viviamo oggi? Crisi dei partiti, presenza di tecnici al governo, fine dei leader storici, smarrimento collettivo e chiusura di una stagione politica sono solo alcuni dei punti di contatto tra il passato delineato dal tuo romanzo e il presente che si svolge sotto ai nostri occhi.
Assolutamente. In realtà la ferita rivelata da Tangentopoli non si è ancora richiusa: e, questo, perché in fondo noi cittadini non abbiamo mai partecipato attivamente a un cambiamento contro la corruzione. Forse per una sorta di pigrizia sociale, ci siamo limitati a mandare alcuni magistrati in avanscoperta, per applaudirli all'atto della riuscita le loro imprese. Come fossimo allo stadio. Dopodiché, tutti di corsa a casa davanti alle tv.
 
Secondo John Gardner la narrativa“morale” prevede una forma in cui “ti fa capire un criminale, come persona, perché arriva a fare certe cose, e ti fa desiderare un mondo diverso”. Condividi la visione di certa letteratura noir votata alla moralità? Perché ne Le api randage hai spostato il fuoco su un colletto bianco, un potente industriale, allontanandoti dalla bassa manovalanza della camorra? Hai adottato uno stile diverso per raccontare la grande borghesia?
Il noir per me è più che altro una griglia, un serbatoio di situazioni e una visione della storia dalla parte dei cattivi. Perché i cattivi di dicono sempre qualcosa in più, di più reale: quando leggevo "Macbeth" ero sempre dalla sua parte... E in "Goodfellas" il personaggio più simpatico è Tommy, interpretato da Joe Pesci. Non credo nella moralità della scrittura, credo però nel potente effetto di catarsi, di suggestione, di schiusura di dimensioni altre. Questo è anche il motivo per cui mi è bastato lavorarci ne "La città perfetta" per esaurire il tema della camorra, che ormai è diventato uno stereotipo.

Cosa ne pensi della critica letteraria? Ti è mai capitato di leggere una recensione e trarne qualche utilità? Per te il critico ha ancora un ruolo importante di intermediazione tra autore e lettore?
E' un capitolo spinoso. Ormai è difficile leggere una stroncatura o una vera critica nei quotidiani ad alta tiratura. Quanto a me, sono comunque immune da pericoli: pochissimi quotidiani hanno recensito "Le Api"...



 
Quale, tra i libri scritti negli anni precedenti, vorresti rivedere e riscrivere? Hai mai la tentazione di farlo?
No. Non rileggo mai né ripenso ai miei libri precedenti. L'avventura che vivo con i miei personaggi è assoluta, ma dura finché non chiudo l'ultimo capitolo.

Quando hai capito che avevi il“dono della scrittura” e qual è il percorso che in passato hai dovuto affrontare prima dell’esordio? Qual è il consiglio che ti sentiresti di dare a un aspirante scrittore?
Ci vogliono almeno dieci anni per scrivere qualcosa di decente. Ci vuole una vita, e forse non basta, per scrivere qualcosa di realmente buono. Il consiglio cheto sempre è: leggere, leggere, leggere! Dopodiché, studiare, studiare studiare: soprattutto sceneggiatura, che è la scuola migliore per capire quali sono i maledetti strumenti che tengono un lettore inchiodato alle pagine finché il libro non finisce.

In Italia il 70% delle persone che acquistano thriller sono donne. Non credi che i tuoi romanzi siano troppo “maschili”?Prima o poi un personaggio femminile assumerà una centralità assoluta in una tua opera?
Non sapevo di questo dato... Comunque non so, non mi pongo mai il problema prima: i personaggi nascono anche in quanto "utili" a una storia. Ma d'altronde nelle "Api" ci sono Sveva, Ingrid, La Cattiva Tenente. Vabbè, non scappo dalla risposta: sì, i miei romanzi sono molto maschili. Ma è il noir a essere così...