martedì 10 luglio 2012

Lettera aperta ad un produttore cinematografico indipendente

Un appello rivolto a Gianluca Arcopinto perché nell’ambiente cinematografico prevalgano il merito e il talento degli scrittori e non le singole “famiglie” che agiscono con i propri favoritismi, le proprie intolleranze, la mancanza di equità e i protocolli autoreferenziali.  




Gentile Gianluca Arcopinto,

mi rivolgo a Lei perché è il rappresentante più prolifico del nostro cinema indipendente, scopritore di talenti registici, fustigatore morale su “Il Fatto Quotidiano” e docente delle nuove leve presso la SNC, per sollevare una spinosa questione: esiste in Italia la categoria del produttore? Ovvero ci sono imprenditori che selezionano una sceneggiatura, finanziano il film in cui credono e lo seguono efficacemente nella distribuzione nelle sale? Quanti sono i produttori della nostra penisola che leggono un progetto sulla carta, lo giudicano realizzabile, si appassionano a fatti e personaggi raccontati dal copione, sono disposti a rischiarci sopra un proprio capitale e alla fine fanno vedere il lungometraggio ad un pubblico più ampio possibile? Credo che le maestranze e i professionisti impegnati nel settore del cinema, i 110.000 lavoratori dello spettacolo, così come tutti gli spettatori delle sale cinematografiche, meritino una risposta a questa domanda cruciale. Le malelingue dicono che i produttori italiani sono miseri galoppini, passacarte e burocrati che battono cassa altrove. Secondo queste perfide voci gli imprenditori dell’audiovisivo si limiterebbero a bussare alle porte di Medusa o RaiCinema, oppure a fare domanda al Mibac, e ad aspettare che le loro esose richieste vengano accolte in virtù di bieche leggi di clientelarismo o, al meglio, di amicizie che vengono strette per calcolo. Uno che non sia “addetto ai lavori”, il cosiddetto uomo della strada, spesso è irritato dai finanziamenti che piovono su opere che non li meritano affatto ed è arrivato cinicamente ad auspicarsi che il cinema non sia più assistito, non venga tenuto in vita come un moribondo intubato ad una macchina ospedaliera. L’uomo della strada preferirebbe che il malato terminale fosse lasciato al suo destino. L’eutanasia. Cioè una perfida agonia priva di qualsivoglia assistenzialismo pubblico e accattonaggio privato.

In questo quadro confuso, aggravato ulteriormente dalla crisi economica, il produttore indipendente che fa? In quanto indipendente, in teoria dovrebbe fare le cose che gli altri non vogliono o non possono fare, rifiutare la logica del finanziamento statale, trovare risorse esterne, svincolare il proprio lungometraggio dalla grammatica televisiva, mirare ad un linguaggio nuovo e ad una rappresentazione ardita dei rapporti sociali, dei conflitti e della storia, e poi inventarsi circuiti alternativi di sfruttamento che non siano collegati ai diritti di antenna per rendere possibile “l’ingresso in società” della sua creatura. Invece, mi è accaduto di sentir dire da Lei, signor Arcopinto, affermazioni che vanno tutte contro il buon senso e il comune raziocinio del succitato uomo della strada.

In un incontro al Kino di qualche tempo fa, Lei ha ammesso che si annoia mortalmente a leggere sceneggiature ed ha spiegato che sceglie i film da produrre in base ai registi che li filmano, grazie al suo fiuto e al suo istinto. Insomma preferisce valutare le persone piuttosto che i loro progetti.

Non voglio riprendere l’annosa querelle sul “cinema d’autore” e sul primato della regia, che cospicui danni ha portato e porta ancora al cinema italiano. Già da tempo la produzione audiovisiva ha messo in crisi la concezione del singolo autore come fonte creativa e posto all’attenzione l’importanza dei variegati approcci tecnici e artistici che compongono l’attività cinematografica. Sembra incredibile che ci siano imprenditori che si aggrappino ad una ideologia morta e sepolta, altrove e in altri tempi spazzata via dalla storia. Billy Wilder diceva che il regista è solo uno dei tanti professionisti che contribuiscono alla realizzazione di un film, può fare la voce più grossa degli altri, può dire l’ultima parola, ma un film è fatto da tante persone.  
Ora, se un produttore svaluta totalmente il processo della scrittura e l’apporto dello sceneggiatore, con ciò si vieta di selezionare il racconto più coinvolgente, di capire i pregi di un’opera e di rimediare ai suoi difetti prima che essa venga girata. Le condizioni previste da una sceneggiatura potranno rivelarsi errate, infatti, e la possibilità di correggere il tiro durante le riprese non saranno poi molte, così come tutti gli interventi in corsa risulteranno tardivi o insufficienti.
Ma a questo errore se ne aggiunge un altro ancora più grave se il produttore individua come criterio empirico di valutazione la simpatia o la comunicatività del regista, che nella migliore delle ipotesi è una persona con cui il produttore fa bei discorsi, triangola perfettamente in una partita di calcio, va a prendere un gelato da Toni e discetta di politica (rigorosamente a sinistra). L’affinità empatica tra produttore e regista non è garanzia di per sé della genesi di un capolavoro. La “pancia” e le “impressioni personali” nel giudicare le attitudini di qualcuno e la comunanza ideologica e relazionale tra due o più individui vanno verso un approccio sensitivo e irrazionalistico, quasi da stregone, che nulla hanno a che vedere con l’impresa, con il mercato, con il merito personale e con parametri più oggettivi come una valutazione attenta e ponderata della sceneggiatura, una analisi dei suoi punti di forza e ad una correzione di eventuali cali di tensione o inesattezze della storia.
Ne discendono altre domande, a corollario: non sono forme di clientelarismo, o se si preferisce di servilismo, anche la diplomazia, gli allineamenti tattici e di rigida osservanza dei dipendenti a una qualche pseudo-filosofia da salotto (o da bar) del padrone? Non manca così la possibilità di un paragone con qualcosa di diverso? Cosa conta di più, investire energie nella scrittura di un film o impiegare tempo prezioso per entrare nella cerchia giusta e condividere i rituali di quella piccola cricca? E’ più importante quello che si fa o come si appare?

A guardare la pratica corrente, sembrerebbe che nell’ambiente cinematografico romano-centrico ci siano tante tribù, che si riuniscono attorno a leader carismatici e condensano reti sociali omologate: “la casta di Medusa“ in cui occorre andare a certi party e strizzare l’occhio all’attore del momento, “il giro di Fandango” in cui bisogna essere alternativi e frequentare posti radical chic, “il clan dell’Axelotil“, in cui bisogna essere di SEL e avere il tocco di Balottelli, “l’ambiente del Kino” in cui è vietato dire che l’ultimo film di Sorrentino è una boiata pazzesca. E poi le tante e numerose corporazioni e sotto-ambienti con relative manie e idiosincrasie. Il problema di questo strano assetto di sapore medioevale è la sua asfittica chiusura. Le medesime persone raccontano la stessa storia in modo eguale, rivolgendosi alla loro gente, oramai da anni, facendo sempre attenzione a non uscire dai loro recinti da pollaio.   

La domanda allora sorge spontanea: ha ragione Arbasino quando scrive in modo apodittico che “l’istituzione basica della nostra comunità è la famiglia, anagrafica e/o mafiosa”? Non è ora di saltar fuori dagli steccati dei villaggi e sentire che hanno da dire al mondo persone di risma diversa? Perché, più di un obiettivo giudizio sulle reali potenzialità di un progetto, al centro della disamina produttiva ci sono sempre le amicizie, i rapporti personali o imprecisate sensazioni da rabdomante? Qual è un criterio equo di selezione del valore individuale? Non è forse l’assenza di merito a incancrenire ogni articolazione della vita sociale ed economica? La competizione non dovrebbe avvenire sul terreno delle passioni, delle competenze e dei lavori concretamente presentati, che non su quello del gregarismo da pecore e dell’abilità a entrare in un clan?

Qualche tempo fa Lei si è definito come il più grande dei perdenti, ha orgogliosamente rivendicato la sua non appartenenza alle nomenclature e – ricordando la sua passione per il calcio – ha detto di essere sotto questo aspetto simile al mitico Zeman, che ha allenato il Pescara con grandi risultati ma non avrebbe mai guadagnato gli onori della ribalta. Ecco perché nella sua vastissima filmografia non c’è mai stata un’opera che abbia incontrato il grande pubblico. Il motivo è che Lei non ha mai frequentato gli ambienti giusti e tutto sommato ha preferito viaggiare sulla sua strada senza compromessi e mediazioni.   
Anche queste affermazioni mi sento di non condividerle, nonostante il fascino che su di me esercitano la figura del loser e il romanticismo del cane sciolto. Perché l’unico committente di un produttore è il suo pubblico. Perché c’è un conformismo anche nell’essere anticonformista. Perché nuove e raffinate forme di pubblicità, il brand dei prodotti, il marketing virale, la campagna di locandine, la promozione attraverso internet, non sono bestemmie ma dovrebbero essere il pane quotidiano di ogni casa di produzione. Perché non capisco l’ostilità verso chi si ribella all’improvvisazione e propone opere di mestiere con una maggiore vivacità e originalità. Perché, appunto, contro tutti i pronostici, persino il Maestro del 4-3-3 è tornato ad allenare la Roma e Zeman da magnifico perdente si è trasformato in un vincente. Che oggi promette grande spettacolo nel campionato della massima categoria.
Tornando all’interrogativo che sta diventando più drammatico, l’interrogativo con cui ho aperto questa lettera: siamo sicuri che la specie del produttore non si sia estinta negli anni ’60, non a caso gli anni del rilancio economico e culturale del paese, e che quello che si vede in questi giorni di immobilità assoluta e di sonno letargico (da cui spero prima o poi ci sveglieremo) sia un’evoluzione per antropogenesi, un genoma del tutto diverso dal suo progenitore, legato ad una organizzazione burocratica del settore ed a un governo oligopolistico, oppure – peggio ancora – una specie approssimativa, fricchettona e autocompiacente, cialtrona per vocazione, che non possiede competenze specifiche e si trincera dietro il solito birignao e l’italica arte di arrangiarsi?
Forse, chissà, in un futuro non lontano vedremo un produttore indipendente militare in un campionato di serie A, come Zeman, se un giorno inizierà a leggere le sceneggiature e mangerà meno gelati, e se riporterà in primo piano il patrimonio di idee e non quello sociale ed empatico, riconoscendo il sapere e il know-how specifici di settore e aprendosi ad una cultura dell’imprenditorialità che gli è sempre mancata.



Alessio Billi