sabato 15 settembre 2012

PROMETHEUS - La recensione

Esce nelle sale italiane il prequel di Alien e fa subito discutere. Frastornante, ipnotico, magniloquente, carico di suggestioni, ma anche zoppicante nella sceneggiatura e legato alla logica commerciale del blockbuster. Fantascienza d’autore o spezzatino irrisolto?    
C’è un po’ di Sofocle e di Shakespeare, di Solaris e di 2001 Odissea nello spazio, c’è persino il riflesso dell’attentato dell'11 settembre nel ritorno di Ridley Scott alla fantascienza a distanza di trentatre anni da Alien. Dopo aver rivoluzionato la ski-fi e creato la genealogia del fanta-horror, il grande regista americano si è seduto a tavolino e si è chiesto chi fosse davvero quella diabolica creatura “non offuscata da coscienza, rimorsi e illusioni” che voleva entrare a tutti i costi dentro il corpo di Sigourney Weaver. «Da dove proveniva? Quale era la sua missione? Pensavo che queste domande potessero rappresentare la base per produrre idee importanti», ha dichiarato Ridley Scott. E in effeti il suo prequel avrebbe dovuto spiegare, almeno nelle intenzioni, la genesi biologica dello spietato mostro.


Costato 130 milioni di dollari e 4 anni di lavoro per gli effetti visivi, Prometheus fa partire la storia nel 2089, quando una nave spaziale raggiunge un lontano pianeta alla ricerca delle origini della razza umana. Il clima che si respira tra l’equipaggio è tutt’altro che idilliaco. C'è la cinica affarista Vickers, una algida e sensuale Charlize Theron, la scienziata interpretata dalla legnosa Noomi Rapace, il suo compagno, l’archeologo portato sugli schermi da Logan Marshall-Green, e infine l’androide cinico e privo di emozioni, un Michael Fassbender in stato di grazia. Tutti sono alla caccia dei cosiddetti Ingegneri, la civiltà che ha creato l’uomo. Esseri superiori da cui discendiamo ma che celano diverse sorprese…

A dispetto di Alien, dove è messo in campo un terrore endogeno, dove il mostro penetra nell’astronave Nostromo e ha bisogno delle viscere umane per esistere e svilupparsi, qui c’è una netta separazione tra i buoni e i cattivi, tra gli scienziati e le creature aliene, tra dentro e fuori, tra la nave Prometheus e le reliquie dei nostri progenitori. Torna una ideologia dell’alterità tipicamente americana, che vede l’elemento diverso esterno al corpo della società sana e lo scontro razziale come principio naturale.
Dan O'Bannon, talentuoso sceneggiatore di Alien, è rimpiazzato dallo strapagato Damon Lindelof, uno dei creatori della serie Lost. Il tema centrale, caro a Lindelof, è il rapporto tra genitori e figli, tra progenitori e discendenti, e viene riverberato in modo originale su tutti i personaggi della storia, con il risultato che spesso i padri si dimostrano snaturati e i figli ne rimangono delusi. Nella progressione drammatica il confronto tra gli esseri umani e gli Ingegneri diventa la metafora dello "scontro di civiltà" che a molti negli Stati Uniti sembra di vivere dopo l'attentato alle torri gemelle, e il sacrificio del Prometheus per la difesa della terra riscrive beffardamente la storia recente mettendo gli americani nei panni di eroici kamikaze. Ma la sceneggiatura del film, ricca e complessa, va troppo alla ricerca del sofisticato e perde in emotività e concretezza. Schiacciato dall’inevitabile paragone con l’originale, Lindelof imbocca la strada narrativa opposta a quella del capostipite della saga, preferisce la sospensione all’azione così come sostituisce la metafisica misticheggiante all’estetica della trasmutazione. Alcune volte, ha paura dell’ovvio ed evita possibilità feconde per il racconto, come ad esempio sfruttare le note sexy di Charlize Theron, altre volte non giustifica il comportamento aggressivo del robot, altre ancora si rifiuta di battere i sentieri di una tensione di stampo horror e risulta volutamente carente di adrenalina. Ma la pecca principale sta nel non aver dato nessuna chiusa al film, considerandolo alla stregua di un episodio televisivo. Se per 126 minuti abbiamo seguito le esplorazioni della Rapace e dei suoi compagni di viaggio, conditi in crescendo da misteri inquietanti, è solo per accontentarci di una mezza risposta alle nostre curiosità e per arrivare ad un finale che rimanda inevitabilmente ad un seguito.
Eppure, nonostante tutto, si esce dalla sala con gli occhi ebbri di una magnifica sinfonia visiva, contenti di aver visto un altro capitolo di un’epica memorabile e appagati dalla peregrinazione in un pianeta spettrale, sordo alle richieste di comunicazione dell’uomo. La regia serve da par suo l’apparato mitologico e spiritualista della storia e privilegia la spettacolarità rispetto alla psicologia dei personaggi e alla coerenza del plot. E’ tutto un gran bel vedere per gli occhi. La computer grafica si fonde bene con la narrazione e gli effetti digitali non danno mai l’impressione di freddezza. Ridley Scott imbastisce costruzioni visive di rara forza evocativa e quando aumenta il rimo sa tenerci con il fiato sospeso. Basti pensare alla scena in cui una tempesta impedisce agli archeologi di tornare sulla nave oppure a quella in cui la Rapace pratica un cesareo per estirpare da dentro di sé la creatura aliena. Due sequenze da antologia.
Certo, dopo tutta la grancassa pubblicitaria sul film-evento, dopo aver sborsato 10 euro per la visione in 3D, forse anche tutto questo potrebbe sembrare un po’ pochino. E poi resta la delusione di non aver visto un capolavoro come Alien e di tornarsene a casa con molti dubbi sulla storia. Dubbi che saranno risolti solo al prossimo film. Prometheus 2. Il sequel del prequel.