lunedì 22 ottobre 2012

Non ucciderò Montalbano - IL PERSONAGGIO SERIALE NEL POLIZIESCO ITALIANO

Aumentano sempre di più gli investigatori letterari.
Un fenomeno legato alla letteratura di consumo? Elementi fissi che rendono più facile il lavoro per lo scrittore? Oppure personaggi in lotta con le menti degli autori, fantasmi di carta che si mostrano reali e più potenti dei loro stessi creatori?  

L’84enne Andrea Camilleri ha più volte annunciato l’uscita di scena di Montalbano… ma poi il commissario, un po’ più invecchiato e gualcito, è tornato a rivivere nei suoi libri.
Si sa per certo che lo scrittore siciliano ha consegnato alla Sellerio l’ultima inchiesta di Montalbano, che dovrà uscire postuma. Il manoscritto riposa in una cassaforte e, come ha rivelato Camilleri, “saprete come andrà a finire solo quando io non ci sarò più”. E’ un addio al poliziotto di Vigata che si consuma a riflettori spenti, ma che rappresenta l’ultimo capitolo di una avventura cominciata parecchi anni prima e assurta oggi a fenomeno mediatico.
La storia del giallo ha visto consumare strappi ben più dolorosi tra gli investigatori letterari e i loro creatori e ha visto evolvere negativamente rapporti tra gli scrittori e le loro creature, se pensiamo a Conan Doyle che avrebbe voluto uccidere il suo Sherlock Holmes e lo considerava una maledizione per la sua carriera di letterato.   
Insieme a Montalbano, esiste una folta schiera di investigatori nel panorama di casa nostra: il Sarti di Machiavelli, il Bordelli di Vichi, il Soneri di Varesi, l’Alligatore di Carlotto, il Ricciardi di De Giovanni, il Lopez di Genna, il Coliandro di Lucarelli, la Vergani della Bucciarelli, il Morosini di Ballario, il Corvaro di Lugli, e molti altri.
Il che è chiaramente indice di un ottimo stato di salute del poliziesco e di una stagione florida anche sotto l’aspetto delle vendite. La serialità infatti è un fenomeno che nasce con l’affermazione di un genere. Significa che il giallo ha assorbito le strategie legate alla fidelizzazione e al consumo di un prodotto.
Il protagonista dei gialli è sempre l’investigatore, che eccelle per le sue doti. Vuoi per la sensibilità, il coraggio, l’intelligenza fuori dal comune, il detective incarna un modello da eguagliare, un eroe a tutto tondo. Umberto Saba diceva che i gialli gli ricordavano le interminabili avventure dei cavalieri erranti, ma al posto del cavaliere era stato messo il poliziotto. E in effetti una connotazione epica è presente nelle saghe dei vari Montalbano, Bordelli o Sarti. Questi sono come noi vorremmo essere. Una proiezione dei nostri valori e delle nostre attitudini. Incarnano quello a cui aspiriamo. Un  ideale.     
Il ritrovare lo stesso eroe di libro in libro costituisce per il lettore un’esperienza confortante, come la visita ad un vecchio amico di famiglia. Il lettore si immerge nella narrazione sapendo in anticipo alcune cose che lo aspettano e soprattutto che l’eroe sopravviverà al suo antagonista. Un approccio rilassante: si conoscono grosso modo gli ingredienti, ma si ignora il mix finale. E’ come andare sull’ottovolante: ti diverti, accumuli emozioni e spaventi, e poi scendi a terra.
Gli scrittori che approccio hanno alla serialità? Trovano più facile scrivere sempre dello stesso eroe? Anzitutto, non devono creare da zero i loro universi. Hanno una arena predefinita da cui non possono allontanarsi. Ci sono dei vincoli abbastanza stretti per il loro lavoro. C’è una gabbia di elementi fissi da cui attingere: lo sfondo storico e geografico, i personaggi secondari che ricorrono in ogni esperienza, la tipizzazione del protagonista, i suoi talenti, le sue abitudini. Se un detective ama fare un bagno al mare oppure ascoltare del buon blues in solitudine, nel libro seguente non lo troveremo certo che trascorre le serate in discoteca.
Si dirà che tutto suona ripetitivo e che il protagonista mantiene immutate le sue caratteristiche. Calma. Per spazzare via i luoghi comuni sulla serialità basti citare un personaggio come Maigret, lontano dagli stereotipi e in grado di suscitare sense of wonder a ogni indagine. L’importante è che i personaggi non nascano a tavolino per essere ripetitivi ad libitum. Massimo Carlotto nel 2002 ha abbandonato l’investigatore senza licenza Marco Buratti scrivendo opere diverse, dal romanzo storico ad un giallo con Videtta. Ha riproposto il suo eroe solo nel 2009, con L’amore del bandito, per raccontare il sottobosco del nordest e la malavita dilagante. Nel buon artigianato letterario un personaggio dovrebbe tornare alla ribalta per un bisogno interiore dell’autore, non certo perché uno scrittore sta seguendo un contratto stipulato con l’editore.
Insomma, c’è una bella differenza tra i personaggi seriali che motivano la loro esistenza su basi artistiche e quelli che al contrario sono “serializzati”, dovuti alla rimasticatura di qualcosa che funziona in termini di vendite. Il rischio è che il giallista navigato metta il pilota automatico, rinunci a inventare un suo stile e si lasci seppellire da uno strato di abitudini, mettendo seri freni alla sua creatività. Alcuni scrittori ci sono riusciti e stanno lì a dimostrare che si può ottenere una buona qualità anche aggirandosi su un territorio circoscritto e zigzagando tra paletti inamovibili.            
A cambiare nella letteratura seriale è la linea “verticale” dei romanzi, “il mondo” che l’investigatore incontra: le vittime, i familiari delle vittime, le donne (o gli uomini) che immancabilmente lo distraggono, l’ambiente sociale che esplora. Le piste che costruisce e smonta saranno tutti contro-plot che il nostro eroe analizza e poi scarta… prima di arrivare alla verità finale. Così il poliziesco si presenta come una inesorabile macchina per il montaggio di tanti racconti possibili e si accompagna con il piacere dell’invenzione e con l’esigenza di attribuire un significato a tutti gli oggetti e a tutti gli ambienti che troviamo nel libro.
Quel che è certo è che molti autori riutilizzano la scintilla iniziale della loro creazione e sfruttano la familiarità che hanno con i loro eroi per descrivere anche le pieghe più riposte della loro anima. Creano una forte simbiosi con quei personaggi e finiscono per accettarli come una parte di se stessi. Di conseguenza, faranno molta fatica a liberarsi di loro e ne diventano in qualche misura schiavi. Invece Camilleri si è distaccato da Montalbano in maniera elegante e disinvolta. Certo, c’è un calcolo in questo suo gesto di dare una precisa tempistica alla pubblicazione della sua ultima avventura. Ha pensato che il commissario di Vigata lo renderà immortale. Ha voluto che il personaggio gli sopravvivesse, in un testamento che è, questo sì, una resa incondizionata al potere degli investigatori letterari.