giovedì 18 aprile 2013

LA CRISI DEL MERCATO EDITORIALE RIFLETTE UNA CRISI PIU' VASTA, DEL SISTEMA ECONOMICO, MA ANCHE UNA CRISI SOCIALE E MORALE


Le librerie, forse gli unici veri presidi culturali dell'Italia di oggi, chiudono per la crisi. Gli editori sono confusi davanti al calo delle vendite ed ai cambiamenti del mercato e agonizzano come pesci fuor d’acqua. La lotta selvaggia dei prezzi e l’omologazione delle proposte. E poi ancora l’oligopolio dei colossi editoriali. La bufala dell’ebook e la rivoluzione digitale che non è mai partita. I tanti italiani che non mettono piede in una libreria. 
La fotografia di un paese che non ha mai creduto nella cultura umanistica e neppure in quella scientifica, e oggi non crede a niente di niente. 
 
   

CASE EDITRICI IN CRISI

Quando si parla di mercato librario siamo abituati ad una sequela di lamentazioni, ma mai come oggi i numeri sono stati così deprimenti. Nei soli primi otto mesi del 2012 c’è stato un calo del 9 per cento. Che tradotto in soldoni vuol dire 10 miliardi di euro in meno nelle casse. I fatturati dei grandi gruppi editoriali registrano cali vertiginosi. Difficoltà economiche per il gruppo RCS. Ma anche Feltrinelli e Giunti non se la passano bene. L’anno scorso il gruppo Giunti ha messo in cassa integrazione 200 dipendenti, tanto per capirci. Gli altri players, gli editori piccoli e medi, faticano a piazzare i loro prodotti e si vedono diminuire le prenotazioni delle proprie novità, perché le librerie sono più interessate ai libri dei vip, dei calciatori e dei presentatori televisivi. Hobby&Work ha ridotto drasticamente il numero dei romanzi in uscita bloccando titoli già previsti. Perdisa Pop limita le novità in pubblicazione. La Meridiano Zero è stata acquisita da Odoya. La Edizioni Laurus, storica casa editrice di Madone specializzata in libri per bambini, ha un rosso di sei milioni di euro ed è finita sotto curatore fallimentare. L’editore Ilisso, che opera da 27 anni a Nuoro, ha comunicato ai 20 dipendenti la dolorosa decisione di avviarli in cassa integrazione. Molti altri editori sono alla canna del gas e pensano alla chiusura.


ETERNO STAGISMO, PRECARIATO E SCRITTORI AL VERDE

Oggi, uno scrittore che esordisce con una importante casa editrice prende come anticipo la cifra vergognosa di 2000 euro, mentre molte case editrici indipendenti stipulano contratti con i loro autori di scuderia che non prevedono il minimo compenso e quasi si indignano se qualcuno prova a chiedere di essere pagato per il proprio lavoro. Per completare il bel quadretto, nell’industria culturale sono impiegati numerosi stagisti, che vengono sfruttati e buttati via al termine dell’incarico come carta straccia, e accanto a loro esiste un esercito di precari altamente specializzati che fanno gli editor, i redattori, i correttori di bozze, gli addetti all’ufficio stampa. Questi ultimi vengono pagati, se e quando lavorano, con uno stipendio medio di 1000 euro al mese.
Tutti i cosiddetti imprenditori del settore si infuriano se un politico dice “con la cultura non si mangia” e rivendicano l’importanza della loro funzione. Nei fatti però questi editori dimostrano di avere una bassissima considerazione dei loro scrittori e dei collaboratori redazionali e non sono disposti a investire sulla cultura e ad assumersi i relativi rischi di impresa. I rischi li pagano sulla loro pelle gli scrittori esordienti e chi lavora in redazione a tempo molto determinato.  


MORTE DEL LIBRAIO TRADIZIONALE

Le librerie di quartiere, quelle indipendenti e a conduzione familiare, sono costrette ad alzare bandiera bianca per far posto a banche, fast-food e negozi di biancheria, oppure passano sotto la protezione del franchising dei grandi gruppi, che pure dal canto loro non vanno così bene. E ad ogni chiusura di saracinesca, si perdono quote di lettori. Problemi li registrano la Fnac, in debito di ossigeno, e le librerie Feltrinelli, che fanno rivedere i contratti ai loro lavoratori. Chiudono a Palermo le due storiche librerie Flaccovio, frequentate da Tomasi di Lampedusa e da Leonardo Sciascia, e si avvia verso la cessazione di attività la Flaccovio sas, da settant'anni sul mercato dei libri. In cassa integrazione i 60 lavoratori della mitica libreria Hoepli, fondata a Milano nel 1870 e tempio della cultura a due passi da piazza Duomo, che con i suoi sei piani era la più grande della Lombardia. Stessa sorte per la libreria di Brera, la libreria Rovello e Utopia, in via Moscova, e la Sherlockiana. A Firenze sono da tempo chiuse Le Monnier, Porcellino e Martelli. La moria continua a Napoli, dove sono sparite in un batter di ciglio Guida Merliani, Libri&libri, De Simone e Marotta. Hanno fallito la Battei a Parma, la Ghelfi & Barbato a Verona, la Città ad Ancona, la Carducci a Udine, la Cultura a Catania, l'Agorà a Torino. La libreria Giannelli, un’istituzione nella Lucchesia, nata nel ‘36, si è dovuta arrendere. A Roma danno l’addio ai loro clienti la centralissima Remo Croce, la prestigiosa Bibli a Trastevere, Amore e Psiche a due passi dal Pantheon, la Mondadori a viale Marconi, e decine di altre.


FALLIMENTO DEL DIGITALE E RIVOLUZIONE MANCATA

«Il futuro è il multimediale. Il libro di carta diventerà un prodotto di nicchia per appassionati dell’oggetto-volume.» Quante volte avremo sentito dire questa frase, dal profeta di turno della rivoluzione digitale? Eppure i dati smentiscono l’avvento di una nuova era nel mondo dei libri. L’Italia è un paese vecchio, anagraficamente e non solo. Un paese di gente conservatrice, gente che non ama la tecnologia digitale. Secondo il Global Information Technology Report siamo dietro la Giordania e Panama nella capacità di sfruttare la tecnologia dell'informazione, al cinquantesimo posto nel mondo per l'uso di Internet e altri simpatici parametri. I supporti e-reader hanno fruttato il gruzzoletto di 131 milioni di euro, che è niente rispetto al giro di affari complessivo, mentre gli ebook non si vendono e gli unici ad essere acquistati sono quelli che stanno già in classifica perché vendono in libreria e sono firmati da autori stranoti. Fondamentalmente gli ebook hanno una bassissima capacità di penetrazione e non incidono sul mercato perché rappresentano una fetta insignificante, nonostante l'economia digitale nel resto del mondo produca da anni posti di lavoro.


OLIGOPOLIO, MANCANZA DI CONCORRENZA E VENDITE A COSTO ZERO

Per uscire dalla crisi la Newton Compton si è inventata i libri “super low cost” a 0,99 centesimi. Mossa dettata dalla disperazione, sembra però destinata a drogare il mercato ed a portarlo verso una spirale di negatività, perché abbatte la concorrenza in termini keynesiani e abbassa drasticamente il valore dell’oggetto libro e le percentuali di guadagno dell’editore e dell’autore. 
Fregata sul tempo dal diabolico Avanzini, la Mondadori ritira la sua idea di invadere gli scaffali con una collana economica di romanzi al prezzo di copertina di 2,99 euro. Sarebbero stati una decina di titoli per tastare il terreno. Nell’andamento schizofrenico dei tempi la Mondadori prepara nuove ed oscure strategie. Intanto, al pari di Minimum Fax, per non farsi mancare niente da Segrate lanciano un modello diverso di vendita. Il gruppo, che stampa più di un quarto dei libri in circolazione, prevede che in 320 punti vendita possano prenotare le novità dei loro marchi (Einaudi, Piemme, Sperling) e pagare solo le copie vendute. Secondo prassi infatti il libraio anticipa ogni volta la spesa per l’acquisto di un libro, al momento della sua prenotazione, e a fine anno restituisce le copie invendute all’editore e viene rimborsato del prezzo di copertina. Ebbene, la rivoluzione copernicana è che d’ora in poi le librerie potranno prendere libri Mondadori senza anticipare nulla e sborsare i soldi alla resa delle vendite. Naturalmente la Mondadori se lo può permettere perché ha la forza economica per esporsi finanziariamente e per venire incontro ai punti vendita. Gli editori che non hanno la stessa liquidità reggeranno a fatica la concorrenza del grande gruppo editoriale e le conseguenze, a lungo andare, saranno nefaste.
Alcuni dei giganti dell’editoria, che sono Mondadori, RCS, Gems, Mauri Spagnol, Giunti e Feltrinelli, possiedono, oltre alle case editrici, case di distribuzione e catene librarie. Anomalia tutta italiana, la Feltrinelli è allo stesso tempo editore, distributore e rivenditore, visto che  la Pde, attivissimo distributore nazionale, dal 2008 fa parte del gruppo. Ovviamente i distributori come Pde e Messaggerie, abilmente condizionati, favoriscono le case editrici che pubblicano con alta tiratura e quelle che sanno veicolare mediaticamente i loro successi commerciali, a prescindere dalla qualità dei contenuti, e non si sprecano a portare nelle catene poche copie di un romanzo di un piccolo editore. Infatti il libro del piccolo editore non è stato recensito, non lo conosce nessuno e magari alla fine resterà invenduto…
Secondo queste logiche quasi di cannibalismo, poche e solide realtà imprenditoriali hanno assunto il controllo della filiera e con il loro monopolio hanno distrutto la competizione, il pluralismo ed il concetto di libero mercato. Chi possiede i mezzi finanziari e mediatici impone il suo prodotto a vari livelli. Il potere economico permette a Mondadori, Mauri Spagnol, Giunti, Feltrinelli, RCS e Gems di vincere premi, di ottenere recensioni e interviste televisive, e poi di comparire in prima fila sugli scaffali dei supermercati e nelle vetrine delle librerie, mentre i romanzi dei piccoli editori sono esposti ai margini di uno scaffale impolverato, col dorso alla rovescia. Peggio, si fa sempre più strada la voce secondo cui nelle grandi catene (leggi Feltrinelli) viga l’ordine di nascondere la novità dell’indipendente e i commessi siano istruiti a mentire dicendo che il tal titolo non risulta disponibile, per ostacolare il competitor. Ma è solo una voce.


BEST SELLER E OMOLOGAZIONE

Il meccanismo del best seller (che prima funzionava in modo più equilibrato) adesso si rivolta contro i suoi stessi creatori e finisce per fare ulteriori danni: i lettori medi comprano in massa l’ultima boiata di Dan Brown o di Erika Leonard e trascurano completamente gli altri libri. Cinquanta sfumature di grigio vende una montagna di libri alta come l’Everest e dal secondo posto in poi della classifica si vendono solo mucchietti a livello di collinetta. Il best seller finisce per mangiarsi l’intero mercato e assorbire l’attenzione di tutte quelle persone, numerosissime in Italia, che entrano in libreria una sola volta o due in un anno.
C’è poi lo spinoso discorso dell’omologazione delle proposte. Va il thriller esoterico e allora tutti si buttano su quel genere. Scoppia la moda dell’erotismo e via ad una ridda di romanzi pruriginosi. Si assiste ad una generale scopiazzata dei successi commerciali, ad una rincorsa dell’esistente, che portano a standardizzare il valore della letteratura popolare (ammesso che sia letteratura) e ad escludere l’originalità e la qualità di opere più coraggiose. L'editore non valorizza la diversità ed anche i gusti del lettore forte si guastano. Si pubblica per consumatori impazienti, attirati dalle potenzialità di intrattenimento, dai contenuti letti con poco sforzo, dal brand del libro, dal sottogenere di riferimento. I libri finiscono per assomigliarsi, in una sorta di marmellata indistinta e insapore, e tutto sembra diventare eguale a se stesso, privo di idee e di contenuti.


L’ITALIANO MEDIO E’ UNA CAPRA E NON LEGGE

I dati del settore rispecchiano un crollo delle vendite spaventoso. Non basterà il Maggio dei Libri, la campagna promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, a rendere conto del valore sociale della lettura e a incrementare le vendite editoriali. Strappare 15-20 euro a un ragazzo è diventata un’impresa titanica. Ancora peggio per gli adulti sopra i 65 che non sono mai stati accaniti consumatori di romanzi. Il numero degli italiani che leggono, in tempi di vacche magre, è sempre più in calo. Ci sono migliaia di persone che non hanno mai creduto nell’importanza della cultura e nel potere di un nuovo umanesimo. Le donne che comprano un libro all’anno sono il 51,7%; gli uomini il 48,3%. L’italiano sta al libro come negli anni Quaranta un soldato del Partito Nazista stava alla pace.
Ne esce il quadro di un paese rozzo e ignorante, che non ama l’introspezione e preferisce vedere la televisione che ritirarsi a leggere un buon libro. E’ la fotografia impietosa di una Italia in profondo declino. Un declino che è morale, culturale ed economico. Un declino che dura da vent’anni ma che oggi è al suo punto massimo. Bill Emmott recentemente ha detto che siamo in coma. “Se state annegando in una crisi che definite senza precedenti è perché gli argini della società civile non hanno retto. In Italia si è verificato un collasso di tutti gli organi vitali della comunità. Non c’è istituzione salva, integra, degna. Alla fine, del vostro Paese resta il corpo scheletrito, ridotto alla fame. Lo scuoti ma non ricevi segnali di vita.” (Incoraggiante.)