mercoledì 22 maggio 2013

COME DIVENTARE SCRITTORI DI SUCCESSO... SENZA UNA CASA EDITRICE


INCHIESTA SUL SELF-PUBLISHING – Parte Prima 
Il self publishing è la nuova via editoriale? Che proventi può dare? Quali sono le strade migliori per auto-pubblicarsi a costi zero? Quali piattaforme scegliere per un e-book di successo?
TUTTI GLI STRUMENTI PER PUBBLICARE IN PROPRIO  

Negli Stati Uniti il numero dei titoli autopubblicati è triplo rispetto ai titoli pubblicati dagli editori, che oramai hanno perso il monopolio del settore. Nel vastissimo mercato anglosassone non mancano i casi di straordinario successo di e-book, diventati veri e propri casi letterari senza mai arrivare in una libreria.
Hugh Howey, un ragazzone del North Carolina, commesso part-time, ha scritto un romanzo di fantascienza, Wool, e ben quattro sequel, vendendo più di mezzo milione di copie e guadagnando più di un milione di dollari. E non è tutto: Wool sbarcherà anche a Hollywood. Alla regia di Sua Maestà Ridley Scott.
L’uomo d’affari John Locke, autore di nove libri, ha scalato le classifiche Amazon e dal 2009 è riuscito a vendere un milione di copie, grazia alle avventure di Donovan Creed, uno 007 con la mania delle donne. Un personaggio che in altri tempi sarebbe stato protagonista di tascabili da edicola e oggi, invece, conquista il web.
E che dire di Amanda Hocking, ignota adolescente del Minnesota, che da quando ha reso disponibile su Kindle l’inedito Switched – Il segreto del regno perduto ha venduto 1,5 milioni di copie? Il suo exploit è stato così travolgente che ha siglato un accordo con un editore tradizionale, per una trilogia con la stessa eroina dell’esordio, ottenendo un anticipo di ben due milioni di dollari.
J.A. Konrath, un autore di medio livello, col self-publishing ci tira su lo stipendio mensile di un manager. Dal suo seguito blog compie la sua feroce analisi, profetizzando che gli editori non potranno sopravvivere alla rivoluzione in atto. «I grandi autori inizieranno a lottare per mantenere i diritti dell’edizione digitale. Possono ricavarci il 70% contro il 17,5% che ottengono passando attraverso un editore. Se Locke ha fatto questa richiesta, e i suoi numeri di vendita sono non dimostrati e a prova di speculazione, la stessa richiesta la faranno Stephen King e James Patterson.»


Siamo al cospetto di una rivoluzione copernicana, che ha messo all’angolo le case editrici e le ha costrette a rivedere le loro strategie imprenditoriali. E’ un po’ come quando fu inventato il rullo inchiostratore per la stampa. La tipografia, da allora, non è stata più la stessa. 
Nel 2030 esisteranno ancora le case editrici? Saranno necessarie per gli scrittori? O i futuri Dan Brown creeranno una sorta di catalogo personale sulla Rete e diventeranno esperti di marketing, sostituendo gli uffici stampa e cercando con le loro uniche forze di accrescere le vendite? Perché il bello del self-publishing è questo: che trasforma l’autore in un editore e in un distributore. L’editore e il distributore di se stesso.  
Certo, da noi le cose vanno più a rilento, ma negli ultimi mesi il self-publishing si sta professionalizzando e, stando al numero dei titoli usciti, oggi può essere considerato secondo le ultime stime come l’editore collettivo più importante.
Ci sono però limiti intrinseci al nostro paese. L’allergia alla lettura di una grossa fetta della popolazione. La bassa penetrazione tecnologica e lo scarso numero di e-reader venduti. L’utenza di lingua italiana che non è molto presente nel mondo. Dunque non ci potranno mai essere i numeri stratosferici degli autori di lingua inglese, che si rivolgono ad un pubblico molto ampio.

Qualche dato incoraggiante c’è. Esempi di scrittori che ce l’hanno fatta. L’edizione digitale de Il Cappotto della Macellaia di Lilia Carlota Lorenzo ha venduto in 20 giorni ben 1000 copie e si è poi attestato al 1° posto nella vendita tra i gialli kindle e nei primi posti della classifica generale Amazon.
La cospirazione degli Illuminati, thriller auto-pubblicato da G. L. Barone, grazie al passaparola è stato per mesi nella top ten delle classifiche ebook, prima di essere opzionato da Newton Compton e di finire al 15° posto del catalogo della casa editrice romana e al 6° di quello digitale. E’ andata ancora meglio ad Anna Premoli, partita come self-publisher e poi promossa nelle librerie, sempre da Newton Compton, col suo interessante Ti prego, lasciati odiare, per qualche settimana rimasto nella top ten.
Il successo ottenuto da Emma Books, marchio digitale nato dalla collaborazione tra Bookrepublic e la nota agenzia letteraria Grandi&Associati, lascia intravedere enormi possibilità di crescita per l’e-book. Anche se Emma Books non ha nulla a che fare con l’auto-pubblicazione, ma raggruppa diverse collane (tra cui prevalgono quelle con venature rosa, hot, glamour e mystery), dirette dalla navigata Maria Paola Romeo, presenta titoli per lettrici forti, un target di donne aperte alle innovazioni, e condivide con le esperienze anglosassoni del self-publishing il desiderio di fare rete, lo spirito di comunity, tra autrici-lettrici ed il loro pubblico. “In e-book i risultati di vendita premiano, più di ogni altro genere editoriale la letteratura scritta dalle donne per le donne”, ha detto Maria Paolo Romeo.

Perché auto-pubblicarsi
Il self publishing offre innegabili vantaggi in termini di tempi di pubblicazione. Permette all’autore di gestire in totale autonomia tutta la filiera, dalla fase dell’editing alla scelta della copertina fino alla promozione, al marketing e alla distribuzione (eventualmente utilizzando i servizi messi a disposizione dal sito o improvvisandosi imprenditori e pubblicitari). Il controllo creativo è tutto nelle mani dello scrittore, che avrà una chance in più per emergere in un campo difficile e spesso miope, per farsi conoscere in pochi mesi dal pubblico dei social network, dei blog e della community, e  infine – cosa non trascurabile – per guadagnare direttamente dalle vendite del suo e-book. L’auto-pubblicazione infatti fornisce delle percentuali di guadagno, potenziali s’intende, che nessun editore si sognerebbe di offrire, a discapito della stessa sopravvivenza di una casa editrice: si va dal 30% all’80% del valore del libro. Che tradotto in cifre sono soldoni.
La quota più rilevante delle opere auto-pubblicate appartengono alla narrativa e alla poesia, e sicuramente la fa da padrone il genere urban fantasy, cliccatissimo. Anche la non-fiction, la saggistica di attualità e la saggistica professionale, sono di moda. Pubblicazioni scientifiche, saggi e ricerche in campi disparati, manuali di cucina, guide salutiste, abbecedari su come tagliare l’erba del giardino, fare yoga o rilassarsi in cinque minuti sono molto richiesti nel mercato digitale.
Pubblicare un e-book è un’ottima occasione per mostrare le proprie doti di scrittore, aggirare le lungaggini dell’editoria tradizionale, dribblare l’impenetrabilità dei grandi colossi editoriali, e saltare a piè pari la censura preventiva degli agenti e la cecità di editor e lettori un po’ frettolosi.
Diciamolo chiaramente: il 90% degli esordienti ha già proposto la sua opera all’editoria tradizionale, ha ricevuto una risposta negativa ed è stato cestinato oppure – nel caso più biasimevole – non è stato neppure preso in considerazione e valutato, e allora cerca la sua rivincita come il conte di Montecristo, guardando alle sterminate praterie virtuali e sognando di imitare John Locke.  
Ironia della sorte, capita, rare volte ma capita, che l’establishment editoriale che prima ti aveva rifiutato s’accorga del picco delle tue vendite on line e alla fine ti accolga a braccia aperte, come una ragazza volubile che per anni ti snobba e un giorno all’improvviso prende lei l’iniziativa e ti stampa un lungo bacio in bocca (e tu la guardi fissa negli occhi e pensi che è matta).


L’invasione degli ultra-corpi
I siti di self publishing permettono di accedere alla pubblicazione di un libro senza barriere, aumentando enormemente la platea di quanti possono pubblicare. Il libro diventa così una forma libera di espressione delle idee. Ci sono chiaramente dei limiti anche in un’operazione del genere. Se a costi quasi nulli si finisce nel mercato degli ebook e se non ci sono controlli sui contenuti, allora via a pile di manoscritti indigeribili e diamo la stura a un esercito di aspiranti autori, frustrati da motivati rifiuti editoriali, che suoneranno il passo di carica sommergendoci delle loro insulse opere esoteriche, dei loro romanzi di vampiri o dei tomi di fantascienza senza capo né coda.
La democratizzazione di un processo comunicativo porta all’appagamento dell’ego di persone poco dotate e ad una banalizzazione del mestiere di scrittore. Chi si autopubblica dice a se stesso di essere il migliore, non si pone domande sulla reale qualità del suo lavoro e non si chiede se questo potrà incontrare eventuali lettori disposti a perderci del tempo sopra (e a pagare per leggere). A premiare il narcisismo di una foltissima schiera di aspirati scrittori sprovvisti di talento già ci pensavano le case editrici a pagamento, le cosiddette vanity press. D’altro canto, con il fenomeno dell’auto-pubblicazione si può senz’altro celebrare la morte, o l’agonia, di quei furbetti che chiedevano somme ingenti a qualche spirito ingenuo per concedere loro di vedere il proprio nome stampato sulla brutta copertina di libri destinati a rimanere invenduti.
Col senno di poi, oggi c’è chi dice che occorrerebbe mettere dei freni, pensare ad una minima selezione delle opere, ad un vaglio dei contenuti proposti, perché il già fragile ecosistema culturale non sia sconvolto da una invasione di libri privi di senso e di logica. Già se ne vedono troppi simili nell’editoria tradizionale.
 
Cosa significa pubblicare senza un editore
L’autore crea il libro e lo mette in vendita partendo da un sito o da una piattaforma on line. In genere non ci sono costi, se non quelli relativi alle copie cartacee che si decidono di acquistare. Le vendite avvengono attraverso internet e, in alcuni casi, possono prevedere il coinvolgimento di punti vendita tradizionali, come le librerie, che raccolgono gli ordini e consegnano la copia ordinata al lettore. Ormai l’auto-pubblicazione non è più una cosa da sfigati, anche se in Italia non è stato ancora sdoganato culturalmente. Se si è convinti che quella sia la strada giusta e si sta lavorando ad un testo interessante, allora si può sfruttare la Rete per cercare dei beta-reader che diano consigli sull’editing, si affina la qualità dell'opera (che resta il vostro primo obiettivo), poi chiederete ad un creativo l’elaborazione del progetto grafico e compirete sotto la vostra direzione, in outsourcing, la parte migliore del processo editoriale.
Le imprese di self publishing adottano un sistema di web to print: permettono agli utenti di stampare un libro partendo da un sito web e riceverlo a casa stampato. L’evoluzione della tecnologia digitale permette di stampare un libro con ottima qualità, a basso prezzo e in un numero di copie limitato. E’ il libro on demand, fornito su richiesta, senza sostenere investimenti per produrre grandi quantitativi ed eliminando il costo dei magazzini e gli sprechi legati alla necessità di mandare al macero le copie invendute.
Ma la vera rivoluzione del self-publishing è quella di affidare il copyright e i diritti di sfruttamento commerciale all’autore. Nessuno scrittore cede, neanche temporaneamente, i diritti di sfruttamento commerciale di quanto pubblicato. L’opera appartiene al suo creatore al 100%. Gli viene data persino la facoltà di registrare un codice ISBN (il codice che consente l’ingresso nel catalogo ufficiale di quanto pubblicato) in modalità “author’s publishing”: così cade l’obbligo di indicare un editore come responsabile della pubblicazione e l’opera viene catalogata come “pubblicata da un autore”. Insomma, è finito il tempo delle vacche grasse per gli editori e, se possibile, si prevedono tempi ancora più bui per l’industria del libro.

[Nel prossimo post le soluzioni più convenienti per auto-pubblicarsi. Vi consiglierò le migliori piattaforme di self-publishing e ne spiegherò pregi e difetti.]