lunedì 13 gennaio 2014

VIRZI’ SPRECA UNA BUONA IDEA CON CARICATURE DI PERSONAGGI E SCARSA EMPATIA

Un ritratto freddo, moralistico, noioso e provinciale di un’Italia infelice. Virzì dirige Il capitale umano con mano incerta e si muove smarrito nei territori per lui inconsueti del noir. Un’occasione sprecata, perché il gran romanzo di Stephen Amidon da cui il film è tratto avrebbe fatto faville nelle mani di un Salvatores o di un Tornatore.
Le ospitate televisive di Virzì, la gran cassa suonata da Gad Lerner e dai "critici amici” e l'aura di prodotto intellettuale aiutano un film "da salotto". Ma le polemiche sui finanziamenti tacciono sul ruolo giocato da Rai Cinema. Ma alla fine il capitale economico della Rai sarà ripagato?          
Riconosciuto d'interesse culturale e distribuito da Medusa, N raccattò un milione di euro nel 2007 e fu un bagno di sangue. Che il regista Paolo Virzì non si trovi a suo agio lontano dalla commedia e dalla natia Livorno era già stato dimostrato dal flop napoleonico della pellicola in costume. L'AD di Medusa deve essersi ricordato di quel tonfo quando ha tolto Il capitale umano dal listino e ha preferito in tempi di crisi non rischiare su un thriller che si mostrava scivoloso come una buccia di banana. 
Invece Rai Cinema, struttura materna e generosa, ha accolto Virzì come un figliol prodigo e gli ha offerto la possibilità di montare il film con finanziamenti la cui entità ad oggi non si conosce. Bocche cucite su quanto abbia stanziato viale Mazzini al regista livornese, mentre una polemica stantia è nata in questi giorni per il contributo del Mibac di 700 mila euro e per i 650 mila euro di Eurimages forniti alla pellicola. Al di là dei toni acidi usati dalle rispettive parti («Dopo 25 anni di cinema, mi ero illuso di meritarmi una polemica seria», ha risposto Virzì a Libero. «Invece mi ritrovo con una farsa di basso conio sbattuta su un orribile giornalaccio»), quello che più colpisce in realtà è stata la celerità con cui Rai Cinema ha contribuito in maniera decisiva alla realizzazione del progetto - che era stato prima accettato e poi rifiutato dall'azienda concorrente. 
Diremo subito che il film non ci è piaciuto affatto. Opera frammentaria, prevedibile e di respiro provinciale, costruita sui luoghi comuni, Il capitale umano annoia e regala sbadigli. Nella prima ora di film non succede praticamente nulla e abbiamo solamente scene di presentazione. Verrebbe da chiedersi "ma il film, quello vero, quando comincia?". Il sipario della storia si apre tardivamente e nel mostrare i punti di vista dei vari personaggi svela aspetti inediti della stessa azione. 
L'idea di Amidon, lo scrittore del Connecticut che ha fornito il canovaccio del racconto, è spiazzante e originale. Ma viene sprecata con una narrazione lenta, scarsamente empatica e distante, e manca la minima strategia per coinvolgere lo spettatore nel gioco dello spettacolo e in quello che vede. I personaggi risultano tutti raccapriccianti, meschini, privi di un barlume di vitalità, ma anche svenevoli oppure sopra le righe, tutti macchiette e caricature che non hanno tridimensionalità.
Virzì ha commesso un peccato capitale per un autore, quello cioè di non amare i suoi stessi personaggi. Il suo odio profondo per la borghesia italiana (di cui pure fa parte) e i sensi di colpa per la sua appartenenza al ceto medio, minano alla base i valori del testo filmico e la sua capacità di costruire un rapporto con il pubblico.  
Il film trasuda uno spocchioso moralismo e, al contrario di The wolf of Wall Street di Scorsese, altra pellicola che si sofferma sulla degenerazione del capitale, rinuncia a farsi spettacolo ed a regalare emozioni, appiattendosi sui toni dell’apologo o, peggio, della predica.    
Virzì finisce con il rimpicciolire la realtà, con il costringere nel cliché un'Italia magari non raffinata ma viva. Scorsese, al contrario, sceglie la grandiosità. […] Virzì giudica; in fondo gli fa piacere fare la morale, dare un contenuto a suo modo politico e culturale all'opera. Quindi deve generalizzare: le due famiglie al centro della narrazione diventano archetipi di una provincia, di un modo di essere della parte del Paese che non gli piace. È l'intellettuale impegnato: forse si sentirebbe moralmente incompleto se non lo fosse. Scorsese invece descrive, è interessato ai meccanismi della mente di Belfort e alle reazioni che i suoi eccessi provocano”. (citazione dal Corriere)
Nei ritratti al vetriolo di un immobiliarista fallito e di uno speculatore senza scrupoli Virzì veste i panni del Savonarola e si dimentica quelli dell’affabulatore, perdendo per strada tutte le occasioni per riscaldare il racconto di genere, compresa quella – assai facile – di farci penare un pochino per la classica vittima. Il morto ammazzato del thriller. 

Appare comunque deludente la trasposizione filmica del romanzo statunitense nei punti in cui il copione se ne discosta. Il film abbandona senza farne menzione alcune sotto-storie importanti, come quella del rischio di perdita del fondo Bernasconi, e imputa lo scioglimento della vicenda alla banale lettura di una e-mail in un pc lasciato acceso. Coincidenza forzata e implausibile. Alla fine la sceneggiatura, pasticciata e assai poco brillante, costruisce una appendice che furbescamente regala un happy end alla storia - che nel bellissimo romanzo americano non aveva motivo di esistere. 

Condivido in pieno la feroce stroncatura di una critica che, a scanso di equivoci, proviene dalla “sinistra” che sostiene il regista livornese: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/12/il-capitale-umano-un-film-imperfetto-che-non-fa-ne-ridere-ne-piangere/839690/
Detto per inciso, è un paese strano e pazzo quello in cui le recensioni tendono a fare politica. Ma è strano e pazzo che Mamma Rai abbia adottato a gran velocità Virzì dopo la sua interruzione dei rapporti con Medusa. 
Nonostante le lodi sperticate (e involontariamente comiche) di Natalia Aspesi, Concita De Gregorio, Michele Serra e Gad Lerner, nonostante l’intervista in ginocchio di Fazio e la finestra aperta sul telegiornale della rete Rai, l’accoglienza in Italia per l'opera di Virzì non è stata da guinnes dei primati. 
Il capitale umano ha incassato 1 milione e 640 mila euro in questo primo weekend, mentre Un boss in salotto di Luca Miniero ha fatto 2 milioni e 110 mila ed è arrivato a 9 milioni e 254 mila euro così come il montaggio di dieci cartoon realizzato con Peppa Pig - Vacanze al mare e altre storie ha incassato quasi quanto il film di Virzì.
Il capitale umano vanta un cast di tutto rispetto e un budget sostanzioso e si è avvantaggiato di una fortissima promozione commerciale e di recensioni celebrative e altisonanti. Ma suscita grande interesse soprattutto perché stuzzica gli appetiti di quella borghesia medio-alta, pseudo-intellettuale, in cerca di una promozione culturale, che vede nel prodotto di Virzì un'occasione di elevazione e di discussione salottiera.