venerdì 25 aprile 2014

IL PRIMO POLIZIESCO IN ITALIA? UN CAPOLAVORO IGNORATO

Nel 1887 esce il noir di Emilio De Marchi Il cappello del prete. Capostipite del genere giallo, storia di fantasmi e ossessioni, sfida tra un barone nichilista e un avvocato detective in una Napoli pittoresca, ebbe grande fortuna editoriale e oggi giace nel dimenticatoio.

Nonostante la derivazione naturalista, il testo conserva alte qualità letterarie e finezza psicologica nel tratteggiare la figura dell’assassino.
Con 100mila copie vendute solo in Italia, De Marchi si tolse parecchi sassolini dalle scarpe e si prese la sua rivincita verso una letteratura elitaria e alto-borghese.     


Libro: Il cappello del prete (ristampato da Avagliano, Morganti Scrivere e altri meritevoli editori)
Autore: Emilio De Marchi

L’ITALIA CRIMINALE TRA 800 E 900. ALLA RISCOPERTA DELLA CRONACA NERA
Sul finire del secolo scorso il grande pubblico rivolge sempre maggiore attenzione alla cronaca nera e al crimine dilagante nella nostra penisola. Ma mentre i polizieschi di Gaboriau e di Doyle sono venduti in tutto il mondo, in Italia che succede? 
Alcune testate giornalistiche hanno il ruolo che oggi ricoprono talk show come Porta a porta. I periodici “La Corte d’Assise”, “I Grandi Processi Illustrati” e “Il Corriere Illustrato dei Processi Celebri Contemporanei”, corredati da suggestivi disegni, raccontano i dibattimenti processuali per soddisfare la morbosa curiosità della gente. Fuori dai tribunali una folla numerosa ascolta le arringhe di istrionici avvocati e le ricostruzioni dei grandi drammi. 
A cavallo tra 800 e 900 c’è poi da registrare un triste record. Nel 1898 ci sono un milione di condanne al carcere, un terzo delle quali per delitti di sangue, e per capire l’entità del fenomeno basti dire che gli omicidi commessi in Italia in un anno superano quelli consumati in Germania, Austria, Francia e Inghilterra messi insieme.  
Cesare Lombroso, autore de L’uomo delinquente (1876), fonda la Scuola positiva del diritto penale, studia da vicino il mondo criminale e porta al genere letterario ulteriori spunti di discussione con le sue teorie.
Sembra strano che in questo contesto così infuocato la nostra letteratura non si doti di giallisti propri e non ci siano autori italiani a romanzare la cronaca di quei tempi. Le trame poliziesche restano infatti appannaggio di scrittori stranieri.



IL PRIMO POLIZIESCO ITALIANO REGISTRA UN SUCCESSO SENZA PRECEDENTI
L’unica robusta eccezione è Il cappello del prete di Emilio De Marchi, considerato da molti il primo autore poliziesco in Italia e il capostipite di un genere mai frequentato alle nostre latitudini.       
Uscito a puntate nel 1887 nelle appendici del quotidiano milanese “L’Italia del Popolo”, Il cappello del prete conosce un successo straordinario, vendendo migliaia di copie nei pochi mesi dall’uscita in libreria, in un volume raccolto dall’editore Treves, ed è tradotto come best-seller in Ungheria, Germania, Francia, Inghilterra, Danimarca e Stati Uniti.

Il cappello del prete, secondo le stesse parole dello stesso De Marchi, offre una dimostrazione tangibile di due teorie, che cioè i romanzieri italiani siano in grado di competere con i colleghi d’Oltralpe per andare incontro ai desideri dei lettori, e che il pubblico vitale e onesto possa appassionarsi ad opere di alto livello qualitativo e non sia una bestia vorace che si ciba di sozzure. In una sua nota, conclude De Marchi, «non è male di tanto in tanto scrivere anche per i lettori».
Per un crudele paradosso, il noir cadde nel dimenticatoio per gran parte del '900, fino a che Sandro Bolchi nel 1970 non realizzò una fiction in tre puntate ricavata dal romanzo:   


UN MILANESE CHE RACCONTA NAPOLI
De Marchi maneggia un intricato plot mantenendosi su un livello linguistico piano e accattivante. Nonostante la pittoresca ambientazione partenopea e l’influenza della nazional-popolare Serao, non si lascia tentare dal bozzettismo. Alterna i toni cupi del romanzo nero con la divertita leggerezza dello sfondo popolaresco. Restano indimenticabili le scene di superstizione, la vincita al lotto di un gruppo di poveracci, le descrizioni della marina e della misteriosa villa vesuviana dei Santafusca, il tema del soprannaturale che riecheggia ossessivo tra le pagine.


UN ROMANZO SULLA COLPA E SUL CASTIGO
Ispirato da Delitto e castigo, l’autore lombardo riecheggia le grandi esperienze di Manzoni, Dickens e Guy de Maupassant rappresentando con forza espressiva il conflitto di coscienza di un assassino. Il tema della detection non è centrale quanto la descrizione del travaglio interiore di chi uccide.
Il barone Coriolano di Santafusca, erede di una nobiltà meridionale derelitta, è carico di debiti di gioco e trascinato alla rovina da una vita dissipata. Matura la decisione di uccidere Cirillo, un sacerdote dedito all’usura, per impossessarsi dei suoi beni. Per giustificare il proprio gesto si fa forte di un credo materialista, che definisce «darwiniano»: se l’uomo è destinato a scomparire, se non esiste alcuna vita dopo la morte e l’anima è solo un’ubbia creata per abbindolare i semplici, perché non risolvere i propri guai eliminando un individuo che, tra l’altro, è addirittura un microbo e un parassita della società?
Tutto sembra filare liscio ma, come un demone maligno, il cappello della vittima ricompare a tormentare l’assassino.
Schiacciato dal senso di colpa, il barone deve vedersela con l’esigenza di moralità della coscienza e con un invincibile rimorso che lo scuote nel profondo, mentre un avvocato astuto e zelante, don Ciccio Scuoto, «né un uomo superiore ai tempi suoi, né un uomo migliore dei suoi simili», fa pressioni sul giudice istruttore affinché chiarisca il mistero della scomparsa del prete e si improvvisa investigatore vista la sfiducia nell’amministrazione della giustizia
«Secondo don Ciccio le cose erano state condotte pessimamente, col solito bislacco sistema delle procedure nostre, con troppo intervento dei giornalisti, con troppo pettegolezzo, dando tempo al vero colpevole (ed egli sentiva che c’era un vero colpevole) di mettersi in salvo e di deludere le ricerche della polizia».

Alla vista dell’assassino, l’avvocato crede alle strane impressioni che riceve dal suo intuito. «Dal modo in cui il barone arrivò davanti alla porta, dal modo in cui puntò il bastone alla colonna, con cui prese d’assalto lo scalone, dall’eleganza esagerata del suo vestito, dal passo legato, sconvolto, da un non so che insomma d’indecifrabile, e forse anche d’irragionevole che urtò i suoi nervi, don Ciccio fu tratto a seguire quell’uomo, come si segue un lumicino, che spunti improvvisamente nel fitto della boscaglia, dove ci si raggiri da cinque o sei ore senza bussola e con disperazione. Non è il caso di credere troppo a segreti istinti e nemmeno a misteriose leggi fisiologiche; basta per noi ammettere in queste circostanze un fino istinto delle cose e delle condizioni loro per spiegare come don Ciccio potesse seguire il barone di Santafusca fin quasi all’uscio del giudice istruttore».

Una maledizione, insomma, aleggia sul colpevole. Il fantasma del dubbio, più potente della legge degli uomini, aggredisce il barone che, in preda a un’angoscia crescente, è condotto sino al baratro della follia e non potrà fare a meno di confessare il proprio delitto per liberarsi del peso.