lunedì 26 maggio 2014

Lavorare nel cinema tra Los Angeles e New York. INTERVISTA AL REGISTA E PRODUCER GIULIO POIDOMANI

Autore di diversi cortometraggi (Oltre ogni vita e Fuori fuoco), il regista modicano Giulio Poidomani si è trasferito nel 2010 nella mecca del cinema, Los Angeles, ha studiato regia alla UCLA Extenson e fondato la Purple Jacket Production.

Nel corso del tempo ha messo in cantiere tre acclamati short-movies: Sloth, Disruption e Pots&Lids. Per i suoi lavori negli USA Giulio co-sceneggia, fa casting, dirige e produce, riunendo in sé molte figure professionali.

Quest’anno è la volta della web-serie What You Want?, i cui primi tre episodi girati a New York sono già in fase di post-produzione.


         Hollywood resta la capitale dell’industria cinematografica e il sogno di tutti quelli che desiderano far carriera "sul grande schermo". Iniziamo dalla domanda più ovvia. Cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia e cercare fortuna negli Stati Uniti?  

Avevo decisamente bisogno di cambiare aria. Non riuscivo a trovare un lavoro, mi dicevano che quello che scrivevo era troppo americano per l'Italia, incontravo gente di 40 anni che aveva lavorato nel cinema per quasi 20 anni che perdeva il lavoro e partiva per l'Inghilterra. Allora mi son detto che se ero troppo americano per l'Italia tanto valeva andare in America. In realtà quando partii dovevo stare un mese a Los Angeles per studiare la lingua. Poi ho avuto la fortuna di poter andare a lavorare su un set a New York. Peraltro su un film italiano… E quando ho sentito l’energia che trasmette quella città ho deciso di non tornare più in Italia. Il solo pensiero di ritornare in quel clima stantio e paludoso mi toglieva il sorriso. 
Tuttavia a distanza di 4 anni l'Italia mi manca e ho scritto una sceneggiatura per un lungometraggio che vorrei girare proprio in Italia al più presto. Si chiama "Crisci Ranni" ed è la storia di un bambino congolese immigrato in Sicilia che cerca di attuare il folle piano di ricongiungersi con la madre, la regina dei pesci che vive in fondo al mare.



         Nei cortometraggi Sloth, Disruption e Pots&Lids adotti punti di vista inediti e prendi storie particolari da angolature talvolta un po’ bizzarre. Ci puoi parlare dei tuoi lavori nel cinema breve? 

"Sloth" è stato il primo corto che ho girato in America. E' stato un vero e proprio salto nel vuoto. Se ci ripenso, una pazzia. La storia era molto bella, ma non sono mai stato contento del risultato finale. Raccontava la storia di sei personaggi, ognuno portatore di un vizio capitale e tutti accomunati da un vizio comune che è l'Accidia. Accidia viene interpretata da questa specie di dea mostruosa che si diverte a giocare con questi personaggi e vedere come soffrono e muoiono per causa del loro stesso male. Credo che un giorno ritornerò su quella sceneggiatura per farne un film. 

"Disruption" è stata un'esperienza decisamente diversa. Avevamo messo su un bel team, avevamo abbastanza soldi per fare tutto, o quasi, come volevo io. L'idea era quella di raccontare la storia di un uomo che, dopo essersi risvegliato da un lungo coma, invece di vedere il ritorno alla vita come una nuova opportunità, lo vede come una grossa penitenza. Mentre era in coma avevo sentito la bellezza del Paradiso ed ora si ritrovava nuovamente in quel limbo che è la vita. Non vede più nulla di positivo nella vita e vuole solo ritornare indietro. E decide di portarsi con sé le persone a lui care, di regalare loro il dono della morte. In qualche modo volevo anche fare una sottile critica a ciò che mi sconvolse di più dell'America quando arrivai che era la semplicità con cui era possibile reperire delle armi. Ancora oggi quando sono dentro un bar o un cinema penso che sicuramente ci sarà qualcuno armato lì dentro ed è un pensiero che non mi fa stare per niente tranquillo. Non riesco a capire come gli Americani accettino questa cosa. Mi pare così incivile e innaturale. Infine Disruption nasceva dall'esigenza di raccontare un po' Los Angeles ed esorcizzare certi pensieri negativi che avevo su quella città. Una città per nulla semplice. Forse in Disruption ne ho raccontato il suo lato negativo.

Con "Pots&Lids" invece volevo raccontarne gli aspetti positivi. All'epoca avevo deciso di trasferirmi nuovamente a New York e sentivo il bisogno di raccontare la bellezza nascosta di Los Angeles prima di lasciarla. Volevo raccontare di quei freak e di quei barboni che la popolano, che poi così freak non sono.
(Il trailer di pots&lids lo trovare qui: https://vimeo.com/75867394)  



         Con le sue interpretazioni straordinarie Eric Gorlow è diventato il tuo alter ego, l’attore feticcio che lavora per sottrazione e dona vibrazioni profonde ai tuoi script. Cosa manca secondo te agli attori italiani per arrivare a dei livelli accettabili di recitazione? Eccedono in pose narcisiste, curano troppo l’immagine, peccano nella formazione o è colpa delle sceneggiature di film non riuscitissimi e di fiction buoniste e stereotipate? 

Agli attori Italiani non manca assolutamente nulla. Anzi. Forse è vero che spesso le sceneggiature si assomigliano alle altre. Ma questo succede anche in America. L'Italia è piena di attori eccezionali. Per esempio adesso sto lavorando con Luca Manganaro e Ilaria Ambrogi nella web series "What You Want?" e stare sul set con loro è un piacere. Eric Gorlow è un grandissimo attore. Io e lui condividiamo una certa visione del mondo che ci permette di lavorare sui personaggi in maniera istantanea. A volte basta uno sguardo per capirci. Ritornerei a lavorare con lui subito. Ho anzi ho opzionato una sceneggiatura da lui scritta e spero di dirigerla presto.



         Solo in Italia nel 2013 sono stati realizzati 2500 corti, ma si ha la sensazione che nessuno esca dal guscio autoriale e dalla “riserva” di un sotto-ambiente festivaliero. Secondo te il cinema breve è una palestra, una vetrina o, al contrario, può avere un mercato, una sua distribuzione e uno sfruttamento commerciale?


Sicuramente è una palestra ed è una vetrina. Fare un buon corto che faccia un bel giro di festival, che abbia la possibilità di essere visto da molti, aiuta ad andare avanti e poter fare un lungometraggio un giorno. Tuttavia penso che oggi il cinema breve possa avere una forte valenza commerciale. Certamente non al cinema, ma sul web. La gente va sempre così di corsa e di fretta che non ha tempo per stare a lungo davanti a uno schermo. Purtroppo continuano ad essere snobbati da distributori e grandi network per qualche strano motivo.



         La Rete fornisce diverse opportunità per ottenere donazioni dalla web community. Sei mai ricorso alle varie piattaforme digitali per raccogliere soldi per le tue produzioni? Che esperienza hai avuto con il crowdfunding e cosa ne pensi di questa opportunità?


Grazie al crowdfunding e alla piattaforma Indiegogo (www.indiegogo.it), siamo riusciti a realizzare i primi tre episodi di “What You Want?”. 
Il crowdfunding può essere un'ottima risorsa quando non rimane nella cerchia degli amici e della famiglia. Se con una buona campagna marketing si riesce ad arrivare ad avere un vasto pubblico, il crowdfunding può decisamente cambiare le cose. Altrimenti tanto vale fare una telefonata ad un amico o alla zia per chiedere direttamente i soldi.



         Negli USA un filmaker spesso si trova a dirigere una sceneggiatura scritta da altri. Perché il regista italiano diffida dal mettere in scena proposte esterne e script che non provengono dalla sua fantasia? Non si sente coinvolto emotivamente? Da cosa dipende la nostra cultura autoriale?  


Stranamente in Italia ho diretto corti scritti da altri e in America corti scritti da me. Non saprei. Forse in Italia non si ha grande rispetto dello sceneggiatore, mentre in America se ne ha una profonda devozione. Per quel poco che ho potuto sperimentare, mi sembra di capire che in America le idee vengano dagli sceneggiatori che tra l'altro vengono molto valorizzati tra i 20 e i 30 anni. E' il periodo in cui si scrivono le cose più innovative e vengono testati. Dopo i 30 anni si affidano loro tv show, film importanti e così via. In Italia mi pare che sia il produttore a prendere un gruppo di sceneggiatori per chiedergli di scrivere una serie sugli artificieri ispirata alla serie sui poliziotti. Si continua a credere che in Italia bisogna scrivere per le mamme e le casalinghe che stanno davanti alla tv. Ci si dimentica che nel frattempo c'è quella fetta di pubblico che va dai 15 ai 40 anni (forse anche di più) che si accende il computer e si guarda quello che vuole quando vuole perché dell'ennesima serie sui pompieri non sa che farsene. Ci avevano provato con Romanzo Criminale e Boris. Oggi non so come vanno le cose in Italia, ma quando parlo con i miei amici mi parlano delle serie americane. Non mi dicono mai che devo assolutamente vedere questa nuova serie italiana su un professore di chimica del liceo di Grosseto che decide di sintetizzare metanfetamina e spacciarla. Eppure in Italia una serie come Breaking Bad si potrebbe fare molto facilmente. Ci vuole solo coraggio.



         Di cosa parla What you want e come è nata l’idea della serie? Perché girarla a New York?
L'idea nasce dalla vita. What You Want (pagina facebok https://www.facebook.com/WhatYouWantWebSeries?ref=hl) parla di un regista e sceneggiatore Italiano che si trasferisce a New York perché vuole vendere la sceneggiatura che ha scritto, il suo capolavoro, ad un grande network americano. Ovviamente tutto andrà storto e finirà per lavorare come cameriere in un ristorante italiano. Abbiamo scritto a quattro mani io e Vincenzo Cataldo, un altro sceneggiatore italiano che è scappato dall'Italia in cerca di fortuna. Abbiamo messo insieme un po' di nostre esperienze e dato vita a questo personaggio un po' fuori di testa che è Nicola Bicchieri, salentino di Uggiano La Chiesa, che si scontra con questa nuova realtà multi culturale che è New York. Nicola rimane scisso tra la realtà e la finzione che deve raccontare agli Italiani. A loro non può certo dire che tutto va a rotoli, deve farsi più grande di quello che è.




         Cosa ne pensi del mondo delle web-series, del linguaggio che adottano i nuovi web-makers e delle piattaforme digitali come Netflix?


Le web series sono una grande piattaforma di lancio per chi vuole buttarsi nella serialità televisiva. Il fatto che sia breve ti spinge ad avere scene dense, che intrattengano, che non facciano annoiare lo spettatore, quindi diventa una sfida continua a dare il meglio. E in America ci sono piattaforme come Netflix o Hulu che per fortuna danno spazio a questo tipo di narrazione e visibilità a quelle web series che hanno successo. Noi speriamo di poter andare lontano. Abbiamo girato i primi tre episodi da 7 minuti l'uno e speriamo di poter girare tutto il resto. Abbiamo tante cose in serbo per Nicola e i suoi amici.



         Ti è capitato di accostarti al cinema americano in veste di assistente. Che tipo di approccio al lavoro c’è? Che differenze hai riscontrato con quello italiano?


Per me l'unica differenza è che qui il lavoro è molto più organizzato. Raramente una persona ricopre più ruoli, come invece succede spesso in Italia. Ma alla fine i film si fanno allo stesso modo.



      Molti creativi italiani sono rimasti delusi dal loro soggiorno americano. La competizione è agguerritissima, la riconcorsa del successo sfrenata, il trasferimento in un paese che non è il proprio coincide con un drammatico distacco da radici culturali mediterranee. Che consigli daresti – pragmatici e non – a un italiano che si vuole trasferire a Los Angeles per inseguire i propri sogni di regista, attore, sceneggiatore o produttore?



Io consiglierei di non trasferirsi a Los Angeles. Los Angeles credo che sia una tappa successiva. New York è un ottimo posto dove farsi le ossa senza fare la guerra. Una volta conseguita l'esperienza necessaria puoi spostarti a Los Angeles, dove non sei un signor nessun che deve cominciare da capo, ma sei qualcuno che ha già lavorato in America e sa come muoversi. Los Angeles e New York sono due città molto diverse e Los Angeles è molto più complessa dell'altra. Al di là della concorrenza sfrenata e del vivere con 18 milioni di persone che fanno il tuo stesso lavoro, c'è il problema della grandezza della città, che si disperde dal mare alla montagna per chilometri senza avere un centro preciso. In qualche modo la città ti fa sentire spaesato. Il primo impatto con la città è decisamente pessimo. Non ho mai sentito di nessuno che sia arrivato a Los Angeles e abbia detto "che magnifico posto". A tutti fa schifo all'inizio. Ci mette un po’ a farsi amare. Io preferisco New York, che è sempre diretta e non ti mente mai.



Ringrazio Giulio per la cortese disponibilità e colgo l’occasione per tributargli la mia sincera ammirazione per il suo coraggio. Gli faccio i miei auguri per un radioso futuro. 
Per chi volesse restare aggiornato sulla sua ultima "creatura" ricordo che la pagina facebook di What you Want è https://www.facebook.com/WhatYouWantWebSeries?ref=hl