lunedì 27 agosto 2012

SECONDA LEZIONE DI SCENEGGIATURA: "Mostrare, non dire"


Un esempio pratico tratto dalla sceneggiatura di Io la conoscevo bene.

Chiunque voglia imparare l’arte della sceneggiatura legga le poche pagine che seguono, desunte dal copione originale.   
    



      

Quando gli sceneggiatori Ettore Scola e Ruggero Maccari scrissero Io la conoscevo bene nel 1965, da un parte si ispirarono al processo Montesi, un caso di cronaca che compie una spietata radiografia al sottobosco della società italiana rampante e pre-boom, e dall’altra assimilarono la grande lezione letteraria di Madame Bovary di Flaubert riadattando il bovarismo in chiave moderna.
Invece di una vita “da romanzo”, Adriana sogna una vita “da cinema”. Bellissima, candida e un po’ frivola, la provinciale si scontra con una metropoli popolata da carogne ed arrivisti. L’unica cosa che non le manca sono gli uomini, che la ritengono un oggetto sessuale. Lei considera il suo corpo come una sorta di dote naturale, vissuta senza malizia, anzi con indolenza. Il suo sogno è quello di uscire da una esistenza dura e ingrata, di cui pure non si lamenta, per diventare una presenza immortale sullo schermo.

Nella scena che segue, l’incipit del film, Adriana prende il sole al mare e poi torna alla sua consueta occupazione. Lavora infatti in un salone di parrucchiera. E’ una giornata come un’altra, la sua. Un inizio in media res, senza grandi effetti o fuochi artificiali. Ma già potrete notare la capacità icastica e il racconto che scorre potente attraverso le immagini. Le parole sono ridotte all’osso. Abbiamo sguardi, rumori, fisicità, ricordi, particolari significativi. E’ cinema allo stato puro.    


ESTERNO – SPIAGGIA OSTIA - GIORNO
Un tratto di spiaggia libera, deserto ed assolato. E’ la controra. Anche i pochi bagnanti che hanno cominciato a frequentare il vicino stabilimento sono tornati nelle pensioni dove alloggiano per l’ora di pranzo. Qualcuno sonnecchia all’ombra della cabina. Gli ombrelloni chiusi in lunghe file ordinate paiono filari di cipressi, con le sdraie appoggiate al fusto. C’è in  ogni cosa lo stupore innato di un clima soprannaturale, che incombe perfino sul mare senza onde, senza rumore. Una vecchia barca fuori uso e arenata, vicino ai paletti di fil di ferro che delimitano la spiaggia libera.
Non c’è anima viva.
Solo una ragazza (ADRIANA) con cappello di paglia e occhiali scuri. Giace immobile sulla sabbia, crocefissa come Sant’Andrea, con braccia e gambe allargate. Accanto, appesa al manico della borsa di raffia, una radiolina a transistor, unico segno di vita, trasmette musica leggera.

CANZONE RADIO

Adriana indossa un vivace due pezzi, anzi, un pezzo solo, perché l’altro, il reggiseno, se l’è tolto per ottenere una abbronzatura quasi totale. Due piccole conchiglie poggiano sui seni.
Una mosca le si posa sul naso. La ragazza soffia verso l’alto. La mosca vola via.

VOCE RADIO: Sono le ore quindici.

Subito Adriana balza a sedere, agganciando le due conchiglie alle orecchie (si tratta infatti di due grossi orecchini). Cammina trascinando gli zoccoli che risuonano sull’asfalto della strada deserta.

ESTERNO - LUNGOMARE PIAZZA OSTIA - GIORNO
Palazzoni, strade assolate e semideserte. Adriana si ferma a un baracchino di bomboloni, il cui maturo gestore sonnecchia. Si fa allacciare da lui il reggiseno.

ADRIANA
Presto, capitano, che sennò faccio tardi.

CAPITANO
Chi c’ha fretta, vada piano.

ADRIANA
Grazie, capitano.

Altra corsetta zoccolando. Un uomo sta bagnando la strada con una pompa di gomma. Adriana lo chiama per nome, si fa annaffiare per togliersi la sabbia di dosso. Lo ringrazia. Corre ad alzare la saracinesca della bottega di AMEDEO PARRUCCHIERE PER SIGNORA…

INTERNO NEGOZIO PARRUCCHIERE OSTIA - GIORNO
Su una delle pareti della squallida saletta sono allineati treboxes con altrettanti specchi e poltrone. Adriana attraversa rapida il negozio. Corre nel retrobottega. Si toglie l’accappatoio e si distende di nuovo, su un lettino. Resta immobile, con le braccia abbandonate lungo il corpo come se ora, invece del sole, dovesse “prendere” l’ombra pesante di quella stanza. 

CANZONE RADIO

Più tardi. E’ quasi il tramonto. Il negozio ora è aperto al pubblico. In uno dei boxes una signora giovane e grassa si lascia bagnare i capelli da Adriana al lavoro.

ADRIANA
Scotta?

Gira nel senso inverso la manopola finchè la cliente non le dà il benestare. Urta una grossa bottiglia di lozione che cade giù. Riesce ad afferrarla prima che si infranga a terra, ma non può evitare che una parte del liquido si rovesci sul pavimento.
Un attimo, ed il volto di Adriana soprapensiero, come se ricordasse qualcosa. Passiamo subito a…

FLASHBACK: PIANEROTTOLO SCALE CASA
E’ il primo di una serie di lampi-ricordo dalla fotografia più chiara, quasi bianca evanescente. Adriana, più giovane di qualche anno, in grembiule da cameriera, è sulla porta di una casa borghese e spinge via un giovane garzone vinaio che le ha portato delle bottiglie. Il giovane spinge a sua volta contro la porta la bella domestica. Durante la lotta una delle bottiglie scivola.

Torniamo nel negozio per vedere Adriana che finisce di asciugare con un kleenex la lozione sul pavimento.
Riprende il lavoro distratta, svanita. Mentre lima un pollice della signora, si accorge di avere anche lei un’unghia in disordine, e comincia a limare la propria.

Più tardi. Adriana gira il capo – lo sguardo scontento – allunga il braccio ed accende la radiolina, per sentirsi meno sola.

CANZONE

Adriana è sul lettuccio a leggere, o più esattamente a sfogliare, un giallo a fumetti, mentre il proprietario della bottega (AMEDEO) entra e controlla l’incasso.

AMEDEO
5700. Andiamo bene.

ADRIANA
(senza smettere di leggere) Però ho pagato la vigilanza notturna.

L’uomo, più che maturo, è sprovvisto del minimo fascino.

AMEDEO
Pure al negozio di Roma mia moglie ha fatto 7000 lire. Là non si lavora perché stanno tutti in villeggiatura, qua stanno in villeggiatura ma non si lavora lo stesso.

Le si siede accanto e le infila una mano sotto il camice, lungo la coscia.

AMEDEO
Oggi ha fatto un caldo bestiale, tu però sei bella fresca.

Adriana non sembra neanche essersi accorta di quella mano e continua a leggere.

AMEDEO
E lascia stare! Mica ti do lo stipendio per farti leggere i libri.

L’uomo si china su di lei.

ADRIANA
Ma non potrebbe essere più gentile?

Però lascia fare, rassegnata, indolente.

INTERNO – CINEMA - SERA
E’ sera. Adriana si vede in compagnia di Vittorio Gassman. Si vede sullo schermo accanto a lui.
E’ una sua proiezione nella proiezione: Adriana fa la maschera in una sala cinematografica.
Scambia qualche piccola chiacchiera con una sua collega. Accompagna un cliente al suo posto e nemmeno si accorge che lui si stanca di seguirla e va a sedersi per conto suo.


Mentre Senso avanza per accumulo e per recitato verbale, qui la narrazione procede per sottrazione e punta tutto sul potere delle immagini. Non potrebbe essere altrimenti. I dialoghi non sono adatti a rivelare questa giovane sospesa tra la speranza e la rassegnazione. Chiaramente non si può scrivere: “Adriana è una ragazza fatua, una persona vuota.” Bisogna mostrare il personaggio che si comporta come tale.
La colpa di Adriana è la sua stessa bellezza, di cui approfittano persone grette come il titolare del negozio in cui lavora. In questo caso gli sceneggiatori non si avvalgono di tante parole per raccontare un carattere, perché di “parole” Adriana non ne ha a disposizione. Lei non è un’intellettuale. E’ una illetterata svanita, che ignora il giornale radio e vive di canzoni, di fumetti di terz’ordine e di sogni cinematografici.
Dall’atteggiamento della ragazza, dai suoi tic, dai suoi comportamenti, dalla sua aria abbandonata a se stessa, comprendiamo chi è la protagonista. Vediamo Adriana nella placida e sonnacchiosa provincia portare in giro il proprio corpo e rassegnarsi di fatto alla pervicace libido maschile. E’ abituata a cancellare il ricordo spiacevole di un’aggressione sessuale che riaffiora prepotente alla mente. Subisce gli attacchi esterni con una passività che sembra attizzare ancora di più il desiderio degli uomini. Non ha nessuna reazione davanti al datore di lavoro volgare e manesco. Chiede solo un po’ di gentilezza. La stessa gentilezza che caratterizza la sua ingenua familiarità nei rapporti umani.

Adriana viene raccontata non in azioni clamorose, ma per minimi dettagli e per rapide illuminazioni. La chiave di accesso al personaggio è la sottolineatura della sua indifferenza e della sua assenza di contrasti. Qualsiasi avvenimento non produce in lei un minimo effetto! E questa è già una scelta narrativa, che sottende la violenza connaturata ai rapporti umani. Adriana è rassegnata, anche se possiamo intuire che lentamente nel suo animo stia facendo capolino un profondo malessere.

Gli sceneggiatori ricorrono volutamente ad una descrizione ricercata, quasi poetica, per suggerire un ritmo narrativo più compassato alla regia.  Lo scenario che racchiude l’azione è un paesaggio senza qualità, degradato, abbandonato a se stesso.

La spiaggia desolata diventa un “correlativo oggettivo” del personaggio. Concetti e sentimenti astratti trovano la loro espressione in un ben definito luogo. Il contesto, avvolto in un clima di sospensione, si carica di pregnanza semantica e descrive simbolicamente lo stato d’animo di Adriana, di chi vive nello squallore ma attende sempre che qualcuno la porti via da lì.
Nonostante non ci siano mai accelerazioni, il racconto è significante. Si vale di atmosfere e gesti minimali. Il tema visivo dell’abbandono raffigura in modo potente la psicologia di Adriana: vediamo il suo corpo assopito al sole sulla spiaggia, il volto indifferente su cui si posa una mosca, il corpo steso sul lettino del parrucchiere, le gambe che si lasciano accarezzare da mani maschili, ed infine le fantasticherie di una sognatrice in una sala di proiezione. La metafora dell’inerzia caratterizza la donna e l’accompagna in tutto e per tutto.


La scena iniziale di Io la conoscevo bene è esemplare. La massima americana “show, don’t tell” risponde alla necessità del cinema di comunicare in modo diretto e immediato, veicolare immagini e offrire uno spettacolo per gli occhi dello spettatore. Fate vivere al vostro pubblico un’esperienza visiva, senza essere pedanti e didascalici. Arricchirete la sua partecipazione alla storia. Non spiegate con dialoghi ridonanti. Non fornite troppe informazioni. Lasciate che sia la forza delle immagini a parlare. Il pubblico si impegnerà a interpretare quelle immagini e a riempire i vuoti della narrazione. Fatelo lavorare e non rendetelo pigro. Restituite al cinematografo il suo immenso potere.
Un grande sceneggiatore americano diceva che il film ideale è quello muto e che i dialoghi sono solo un condimento da aggiungere.

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