sabato 14 luglio 2012

il miglior corto italiano degli ultimi anni sbaraglia la concorrenza di Mompeo, il festival che si terrà dal 19 al 21 luglio.

Vediamo perché il cortometraggio di Valerio Groppa IN FONDO A DESTRA emoziona e colpisce i suoi spettatori ed ha vinto il festival di Mompeo prima ancora dell’inizio ufficiale delle cerimonie... Scrivere una storia breve di questa intensità e di questa profondità non è affatto facile come sembra!






Dal 19 al 21 luglio, il Festival Internazionale del Corto in Sabina che si celebra a Mompeo vanta tra gli ospiti di questa edizione Clemente Mimun, Enrico Vanzina e Paolo Fosso. E probabilmente sarà il vicepresidente di Medusa Giampaolo Letta a consegnare nelle mani del vincitore il premio Fiction, premio che consentirà al cortometraggio più meritevole di approdare nelle sale italiane. Una giuria un po’ più ringiovanita del solito è capitanata dal montatore e attore iraniano Babak Karimi (Una separazione, Ex, Caos calmo) per dare risalto ad uno sguardo “altro”, per far valutare i lavori da un’ottica pura e disincantata.  

La cornice in cui si svolge il festival è davvero incantevole. Il palazzo baronale Orsini-Naro, chiamato più semplicemente dagli abitanti di Mompeo "il castello", fa da sfondo per la proiezione dei corti. Ed è all’interno delle antiche mura che nella serata conclusiva viene disposto un lauto e generoso buffet, gratuito, per i comuni spettatori, mentre al piano superiore della fortezza si svolge un banchetto esclusivo dove si accede per inviti e ci sono le portate più ricche. Un po’ antipatica questa distinzione tra cittadini di serie A e serie B in una festa che dovrebbe contribuire a sensibilizzare alla Settima Arte, ma va bene lo stesso. Non facciamo troppo i critici.

Il festival è guidato con mano ferma dalla oramai veterana Maria Luisa Lafiandra e trova ogni anno sponsor importanti e munifici. Deus ex machina della manifestazione è il sindaco del paese, l’ingegner Mauro Moretti. Sì, avete capito bene. L’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato. Che è un ottimo padrone di casa e quando sale sul palco con il suo charme fa dimenticare al pubblico che non è certamente esperto di audiovisivo e cinematografia.          

L’unica nota negativa è quella di ospitare nel sito www.festivaldelcorto.org tutti i filmati dei cortometraggi. Che sono scaricabili e possono essere visionati in anticipo. Questo nuoce alla bellezza della diretta, allo spirito della competizione e alla imprevedibilità della gara. Sì, perché può accadere che, come quest’anno, il vincitore sia proclamato prima che riceva il premio e il suo nome sia chiaro a tutti rovinando ogni suspense dell’annuncio finale. A chi abbia visto i cortometraggi selezionati, infatti, apparirebbe come un’ingiustizia, una sonora e tragica sconfitta del merito, se non si aggiudicasse la palma di Mompeo in Corto Valerio Groppa con In fondo a destra.

Groppa non è un neofita ed ha un curriculum di tutto rispetto: diverse collaborazioni con Marco Belardi  nei lungometraggi Amore14, Immaturi e Immaturi –il viaggio, la direzione teatrale di Io, Anna e Napoli, la regia di un videoclip e di uno spot istituzionale. Ma non è tanto il mestiere che spicca, quanto la sua sensibilità nel tratteggiare una storia intimistica e assai profonda.

Veniamo a quella che la casalinga di Voghera ama definire la “trama”. Di che parla il corto? Bene, c’è un anziano (Sergio Fiorentini) particolarmente loquace, quasi logorroico, che vive da solo in casa e quando riceve un giovane venditore di aspirapolveri (Gabriele Pignotta), l’incontro tra i due segna uno scambio reciproco, un’amicizia tra anime differenti. Il primo accetterà la conoscenza del venditore come una ventata di novità in una esistenza monotona votata alla solitudine; il secondo invece riscoprirà il piacere inaspettato del contatto umano nel suo lavoro di “serial seller” e alla fine arriverà quasi a cercare di dissuadere il vecchio a non fare l’acquisto. Ma non è tutta qui, la storia, e naturalmente mi guardo bene dal rivelare la sorpresa finale, anche se molti spettatori la possono intuire guardando il corto.

Sergio Fiorentini fornisce una prova di attore strabiliante, riesce a non scivolare nel patetico e dà tratti sinceri di grande dignità all’uomo anziano, mentre Gabriele Pignotta è una piacevolissima rivelazione, con il suo ritratto psicologico di giovane all’inizio scocciato dalla noiosa retorica del vecchio e poi via via più toccato dalla sua solitudine senza fine.


Perché il pubblico si affeziona ai personaggi di In fondo a destra? Perché, al di là del suo valore edificante, proviamo una grande tenerezza per la storia e ci sentiamo tutti come quel venditore porta a porta che non vorrebbe avere a che fare con un vecchio ma che per lavoro si adatta a conoscerlo meglio? La radice più profonda del successo del corto e della sua fortissima presa emotiva sta nel cambiamento psicologico che il suo giovane antieroe, Pignotta, sperimenta.
Ma come? – direte voi – anche nei cortometraggi si deve raccontare una trasformazione morale o caratteriale di una persona? Tutte le storie mostrano una evoluzione, ribattono i guru della sceneggiatura americana.  E come cavolo facciamo noi, in pochi minuti, a far vedere Tizio che da cattivo diventa buono, o viceversa? Calma. Non siate impazienti.
Ora cercherò di volare alto e proverò ad alzare il livello di questo modesto intervento. Citerò un libro che amo molto, Il potere terribile di una piccola colpa, che non dovrebbe mancare nello scaffale di uno sceneggiatore anche se affronta temi di letteratura. Abraham Yehoshua, l’autore del libro, analizza nell’ultimo paragrafo La cattedrale di Carver e ci spiega come anche qui, in un incontro tra un uomo cinico e ateo e un cieco tutto sommato forte e indipendente, venga rappresentato lo sviluppo morale di un personaggio in modo realistico e convincente, senza sentimentalismi romantici. Il racconto di Carver è di poche pagine, eppure nella sua brevità raggiunge lo scopo di un romanzo. Non c’è bisogno di una crisi profonda che scuota il personaggio alle fondamenta. Basta semplicemente che questi impari ad avere una prospettiva diversa delle cose, più ricca e articolata.  

Yehoshua ci dà la sua ricetta, che vale per i racconti letterari così come per i cortometraggi.“Le mie preferenze vanno indiscutibilmente a quelle opere che non si accontentano soltanto di descrivere intricate situazioni umane, ma che riescono a far capire al lettore l’evoluzione dei personaggi. Un’opera che si conclude lasciando i personaggi più o meno allo stesso punto in cui erano apparsi sulla scena mi sembra insipida, a dispetto della bellezza e ingegnosità della storia raccontata. Infatti, credo che lo sviluppo di un personaggio e la sua crescita intellettuale nel corso di un’opera debbano costituire l’ambizione di qualsiasi scrittore”.  

Ecco quello che fa Groppa: ci racconta un cambiamento, una vera e propria maturazione morale, in cui l’anziano Fiorentini intraprende senza neppure rendersene conto una missione educativa nei confronti del suo ospite, il giovane Pignotta. Mette in scena la “crescita” del venditore di aspirapolveri e rappresenta in forma universale il passaggio dalla nostra generica inconsapevolezza del problema degli anziani alla sua presa di coscienza drammatica. In fondo a destra si muove leggero come un racconto di Carver, spruzzato qua e là di un fine delicato umorismo. Prende di petto un tema scomodo come la vecchiaia senza mai andare mai fuori binario, con una messa in scena credibile che ha la forza della verità. La commedia è pervasa da una sottile e aspra malinconia, ma soprattutto contiene nei suoi pochi minuti di girato un movimento percepibile, un dinamismo interno, uno sviluppo che acquista alla fine agli occhi degli spettatori un suo potere emotivo ed estetico.     

Che dire, infine, dopo tutto questo sproloquio?

Che se questo fosse un paese normale, Valerio Groppa sarebbe a quest’ora a dirigere un set cinematografico di primo livello, e può darsi che questo stia già avvenendo, visto che non conosco Valerio e non so se questo magnifico corto gli abbia portato fortuna come mi auguro. Provando invece ad immaginarmi una realtà diversa, che non è quella attuale (per fortuna, direi), se io fossi un produttore, se fossi un produttore di quelli importanti, che con un paio di telefonate ti chiudono un progetto, se cioè fossi un De Laurentis o un Valsecchi, convocherei subito, all’istante, il giovane Groppa nel mio ufficio e senza indugi lo metterei sotto contratto per un film.

E poi basta con le solite sceneggiature e regie dei soliti noti, che se per caso acciuffano un successo sei costretto a vederteli per una vita dietro la loro postazione da sceneggiatore o/e dietro la macchina da presa! Se penso che per i prossimi vent’anni ci dovremmo sorbire Francesco Bruni e Massimiliano Bruno (bravi sì, per carità, ma ciascuno con i suoi limiti e con una vena che non sarà certo inesauribile) mi viene voglia di non entrare più, mai più, in una sala cinematografica, oppure, per masochismo autodistruttivo, associarmi ai futuri milioni di spettatori decerebrati che correranno a vedere il prossimo cine-panettone di De Sica, Zalone e altri "attori".

Comunque viva il nuovo! Largo ai più meritevoli! E buon festival di Mompeo a tutti!