mercoledì 18 luglio 2012

IO SONO IL LIBANESE: La recensione - L'ultimo romanzo di De Cataldo delude le aspettative o conferma il talento dello scrittore?

"La vita o è tutto o è niente": Libano lo sa, perché la strada è stata sua maestra. O dentro o fuori: la strada non ammette ambiguità.
Il grande ritorno di Giancarlo De Cataldo ai temi e ai personaggi a lui più cari, un romanzo ispirato alla vita del famigerato Giuseppucci detto "er negro", protagonista di ROMANZO CRIMINALE.



Il 25enne Pietro Proietti, detto il Libanese, se ne sta tranquillo nel cortile del carcere, quando il nipote del boss camorrista Pasquale ‘o Miracolo sta per essere accoltellato. E’ allora che il Libanese interviene, con la velocità di un felino, perché in una frazione di secondo capisce che salvando quel giovane imberbe si potrebbe procurare un’amicizia importante. Come in effetti sarà. L’incipit di Io sono il Libanese (Einaudi Stile Libero, scontato del 25% in tutte le librerie) ci fa capire da subito che siamo al capitolo zero della famigerata saga della “banda della Magliana”, in una sorta di prequel del monumentale e grandioso Romanzo criminale. Giancarlo De Cataldo, dopo aver giurato e spergiurato che non avrebbe mai ripreso i suoi vecchi personaggi, torna a distanza di 10 anni alla narrazione che l’ha reso famoso nel panorama letterario italiano e lo fa raccontando l’ascesa folgorante e piena di insidie del Libanese nella Roma dei primi anni Settanta. L’ambizioso delinquentello di quartiere sogna di diventare re della città. Entra nelle grazie di Pasquale e si avvicina alla camorra conoscendone la struttura verticistica e ammirandone le capacità imprenditoriali. Ma naturalmente il Libanese non è nato per fare il gregario e non è abituato a prendere ordini e così decide di sedere al tavolo di quelli che contano. Pasquale ‘o Miracolo gli fa una proposta: c’è una nave che partirà con un carico di droga, e il Libanese e i suoi compagni, diventati una banda organizzata, con quella “roba” inonderanno la capitale, mettendo all’angolo tutti gli altri trafficanti. Per comprare la droga però servono soldi, e tanti soldi, e il Libanese non li ha. Trecento testoni pretendono i camorristi per entrare nel grande business, e non sono pochi per un pischello di periferia. Nel frattempo conosce Giada, una ragazza bellissima della Roma alto-borghese. Giada sembra appartenere ad un mondo lontano anni luce da quello del piccolo malavitoso, ma il Libanese si innamora di lei. Le tentazioni di una vita comoda e le prospettive di una famiglia lo fanno vacillare. Però Giada, studentessa di sinistra, resta una figlia di papà. Anche se è una rivoluzionaria, anche se vuole cambiare il mondo ed è presa dagli scontri che infiammano le strade, al di là dell’ideologia di cui è infarcita Giada rimane una ragazza viziata e avvezza a guardare le cose da una prospettiva diversa.


La lettura di Io sono il Libanese scorre via veloce, forse anche troppo veloce, fino a diventare quasi evanescente. Dello snello e agile romanzetto al lettore non resta in mente niente dopo che chiude il libro e non si conserva nessuna immagine potente. L’autore voleva riaccostarsi alla materia con maggiore distacco e, per sua stessa ammissione, “con più ironia e meno disperazione di dieci anni fa”. Ma ne è venuto fuori un testo senza personalità, di gradevole e levigata prosa, fatto con un mestiere e una competenza che nessuno nega, ma tutto sommato inutile e farraginoso. A metà tra la ballata picaresca, il melodramma di strada e la storia di formazione, Io sono il Libanese ha un ritmo stentato e ahimè risulta privo di un finale all’altezza delle premesse iniziali. I limiti evidenti sono la frammentarietà dell’intreccio, la mancanza di un legame forte tra sub-plot amoroso e plot criminale, il dialetto romano ridotto a macchietta, la psicologia stereotipata dei personaggi e uno stile che non si fa mai drammatico ma che resta prudentemente esterno alle vicende. E che il romanzo in questione non fosse un titolo mozzafiato se ne devono essere accorti anche alla Einaudi, perché hanno fatto uscire il libro ai saldi in un periodo di debolezza cronica del mercato, prima delle vacanze estive. La collana di Stile Libero è ultimamente in forte crisi di identità e sembra aver smarrito la sua linea editoriale, buttando nel mucchio voci eterogenee, commerciali e giovanili, ma questa volta i due curatori di Stile Libero l’hanno combinata grossa. Costruendo a tavolino l’operazione di marketing, il ritorno agli antichi fasti, hanno piazzato senza troppa convinzione la storia pregressa di un giovane Libanese prima della scalata alla criminalità. Un tentativo andato a vuoto e di cui non si sentiva francamente la necessità.

 Io sono il Libanese è solo l’ultimo dei fiaschi di De Cataldo, che davvero non ne azzecca una dal lontano 2002. Il magistrato pugliese, lo sappiamo, è costretto a convivere con un’eredità scomoda, quella di aver creato un’epopea indimenticabile della malavita ed un grande affresco storico e politico con Romanzo criminale. Un successo di critica e di pubblico che ha fatto arrivare i diritti del romanzo ad una cifra imponente e poi, alla Cattleya che si è aggiudicata l’asta, è valsa la produzione del pluripremiato film di Placido e di una fortunata serie televisiva. Forse è difficile affrancarsi dal passato. Il lettore non ti perdona e si aspetta sempre qualcosa di più da un maestro della narrativa. Ma non è neppure possibile dormire sugli allori e rispolverare i vecchi trofei ogni qual volta si compare in una libreria.

Se Nelle mani giuste (2007) cadeva nel bozzettismo dei personaggi e nell’inconsistenza del break-down finale, peccati veniali si dirà, La forma della paura (2009) registrava una netta involuzione e costituiva un fragile approccio al Global Thriller. Ma è con I traditori (2010) che si arriva alla prova più imbarazzante e mortalmente soporifera.   Dispiace vedere questo lungo tramonto di De Cataldo, ormai in discesa libera come la collana che lo ospita. Ecco perché volevo rivolgere un sincero appello allo scrittore, impegnatissimo come sceneggiatore, consulente editoriale e affabulatore, e che pure svolge a tempo pieno il ruolo di giudice in Corte d'Assise: “Caro Giancarlo, non strafare, non prendere tutti i lavori che ti capitano a tiro. Nessuno mette in discussione il tuo talento. Hai un dono magnifico, ma un dono presuppone delle responsabilità. Ora riposati. Sono sicuro che dopo una pausa critica e riflessiva troverai l’urgenza di dire qualcosa di più autentico e potrai tornare ai livelli del tuo capolavoro”.